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perché non reagisci?

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine, dalle nostre relazioni con gli altri.
Sigmund Freud.

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L’amigdala sa fare un sacco di cose. Stimola il rilascio di adrenalina, fa accelerare il battito cardiaco per far si che vi sia una buona ossigenazione dell’organismo, manda messaggi (non ho ancora capito se con telegram o whatapp) alle ghiandole surrenali per far rilasciare cortisolo. E a quel punto possiamo mettere in atto una risposta di attacco o fuga verso quella roba che è li fuori e ci fa provare paura. E’ un buon modo di reagire. Ci fa esser pronti ad affrontare in breve tempo quanto ci sta accadendo. Perché allora alcuni individui sperimentano bradicardia e congelamento di fronte ad una situazione che necessiterebbe di reazione immediata? Perché la paura  che proviamo attiva il sistema parasimpatico e ci fa dissociare da quanto sta accadendo intorno. Come se non lo percepissimo più e ci estraniamo, come se fosse una morte apparente.

Questo stato di ritiro, caratterizzato da una lentezza corporea e mentale, è causato dall’attivazione del circuito dorso-vagale, ad attivazione involontaria e che fa parte del sistema nervoso autonomo. E’ una forma di difesa arcaica, uno shut down più utile ai rettili che a noi esseri umani, ma probabilmente più importante della coda, se l’evoluzione ha pensato di non toglierci questo funzionamento.

Bloccati dalla paura. Immobili e quasi esterni a noi. Capita nei grossi disastri, capita nelle violenze, capita anche in situazioni che agli occhi esterni possono apparire meno drammatiche. Ma può capitare. Avere a disposizione schemi di reazioni, i famosi piani B, permette alla memoria di lavoro di recuperare in tempo breve una giusta modalità di reazione e non cadere in uno stato rettiliano, che si sa, non è colpa delle scie chimiche ma potrebbe sovvertire le sorti del creato.

La traumatici dell’evento è data in parte dall’oggettività di quanto sta accadendo e dalla sua imprevedibilità, e in parte dalla valutazione soggettiva che ne da il soggetto. Il freezing, il blocco dato dalla paura, garantisce la sopravvivenza, staccando la corrente, distanziandosi emotivamente, ci si impedisce di impazzire, sopraffatti da quanto si sta esperendo. Il freezing comporta un’alterazione della percezione, sia del tempo che del dolore, che delle sensazioni di base, odori, rumori, fino ad arrivare ad un’amnesia di quello che è accaduto, forse perché non viene immagazzinato in memoria quanto si sta vivendo, ma solo alcune sensazioni che possono trascinarsi nel tempo anche sotto forma di quello comunemente noto come disturbo post traumatico da stress oppure portare ad una dissociazione della personalità.

Il male e la paura sono gemelli siamesi.
Zygmunt Bauman.

(Il sistema nervoso autonomo è quella parte importantissima che si occupa di tantissime cose e che scorre in parte lungo la nostra colonna vertebrale, è responsabile di tantissime reazioni, dal senso di fame, all’eccitazione sessuale, ovviamente non lavora da solo, ma in team con il resto del sistema nervoso. Più che in maniera antagonista, due delle sue componenti -perchè spesso ci si dimentica del sistema gastroenterico che è un vero cervello nella pancia-, quella simpatica e quella parasimpatica -fatemi parlare con chi gli ha dato questi nomi e li farò cambiare, promesso-, lavorano in maniera sinergica, bilanciandosi.)

(La memoria di lavoro, che molto rimanda ai pc anni ’90, è il nostro sistema di memoria a breve termine, quella che ci permette di ricordare un indirizzo mail a memoria, perché ormai ricordare i numeri di telefono non siamo più capaci, o un nome, o una strada. E’ formata da due componenti, una di natura più verbale e una più visiva, con collocazioni nei due emisferi del cervello, e un esecutivo centrale, cioè una centralina di controllo che coordina le due componenti. A differenza della memoria a lungo termine, quella che ci permette di rivivere il nostro primo giorno di scuola, o l’odore della nonna, che è a offerta illimitata di giga, la memoria a breve termine ha una durata e uno spazio limitato, il che significa che non possiamo lavorare con troppe informazioni nello stesso  momento, e che se non teniamo viva la traccia, dopo un po’ decade e ci dimentichiamo di quella informazione)

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di emozioni, ha pubblicato diversi articoli riguardo l’attivazione delle emozioni, e offre consulenza e training sulla gestione delle stesse.

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Di passioni che non sono nostre e di specchi sentimentali. #pensieriallacaffeina

Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
Il paese delle lacrime è così misterioso.

Antoine de Saint-Exupéry.

Empatia. Passione. Pathos, emozione. Smembrando le parole è possibile capire davvero quello che ci stiamo dicendo. Non si tratta solo di mettersi le scarpe degli altri con i loro sassolini, ma sentire quello che sentono gli altri. Sembra sottile come differenza, ma non si tratta di indossare le converse di un’altra con i nostri jeans, ma di sentire come sta il suo piede nelle scarpe. È una comprensione profonda che da quel senso di sofferenza che si trascina dietro la parola patire. Che permette la comprensione. Che permette l’accoglienza del dolore dell’altro. (Che me ne faccio di sapere come sta l’altro? Un sacco di cose di cui parlerò bevendo altri caffè).

Non è un dono. È solo il frutto di neuroni molto vanitosi. I neuroni specchio. Questi particolari cellule hanno la capacità di attivarsi quando vedono qualcuno compiere un’azione o provare una sensazione. Noi, come esseri umani, non siamo gli unici ad avere questa capacità. Le scimmie sono state le prime ad esser studiate, e ora sappiamo che si tratta di una fantastica capacità di cui siamo dotati anche noi e non solo per quel che riguarda i movimenti.

Il cervello che agisce è anche il cervello che comprende.

Giacomo Rizzolatti.

Siamo tutti empatici allo stesso modo? No. Come non siamo tutti uguali allo stesso modo. L’empatia è un costrutto complesso, ha una componente più cognitiva (legata al pensiero) e una più affettiva, ed è misurabile attraverso la somministrazione di test specifici. Un po’ come tutte le caratteristiche psicologiche, ha una componente genetica e una socio-relazionale, e questo permette di aumentare le capacità empatiche.

Diventare più empatici è in parte possibile, imparando a conoscere le nostre risposte emotive ed affettive, facendo con le nostre emozioni quello che gli eschimesi fanno con la neve, riconoscendone le sfumature. Prestando attenzione agli altri, un po’ come diceva quel vecchio adagio che abbiamo due orecchie ed una bocca, parlando poco ed ascoltando molto. Aprendo la mente. E chi mi conosce sa quanto riesca ad esser materialista e mi immagina con un trapano a punta fine. Conoscendo persone, conoscendo situazioni, leggendo libri, guardando film. Allenando la nostra capacità di sentire i sassi nelle scarpe altrui.

È più semplice quando la persona in questione porta il nostro stesso numero o ha il nostro stesso stile, più difficile se è tutto stravolto. Ma difficile non è impossibile.

La dottoressa Manuella Crini ha collaborato a diversi progetti di ricerca sullo studio delle emozioni e lavora sulla consapevolezza dei propri stati interni