#pensieriallacaffeina

Dove si specchiava Mowgli #pensieriallacaffeina

I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia  VS Ramachandran

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Le scimmie macaco sanno fare una cosa semplice. O meglio, una classe particolare dei loro neuroni la fa. I loro neuroni si attivano non solo quando compiono un’azione, ma anche quando vedono qualcuno che la sta facendo. Questo permette una roba altrettanto semplice. L’apprendimento. Non per esperienza diretta, ma per imitazione. Questi neuroni sono così tanto vanitosi da funzionare da specchio. E la cosa bellissima è che li abbiamo anche noi. Questo ci permette di capire le intenzioni che stanno dietro un movimento. Comprendere se un braccio alzato sia un saluto, un tentativo vano di fermare un taxi in un giorno di pioggia o un gesto minaccioso.

E fino qui sembra tutto molto bello. E penso che lo sia davvero, ma la cosa più stupefacente è la necessità di coinvolgere il corpo per comprendere qualcosa di simbolico. I neuroni specchio sono stati individuati per lo più nella corteccia motoria, quella parte del cervello che sta più o meno nella zona in cui da bambini vi facevano lo scherzo dell’uovo rotto in testa (e se non ve lo hanno mai fatto, dovreste trovare qualcuno che ve lo faccia perché è una di quelle tradizioni che vale la pena di tramandare), e si attiva quando progettiamo e mettiamo in atto un movimento. Il cervello è questa grande centralina in grado di comandare il corpo e noi nemmeno sappiamo quanto lui comandi noi o noi comandiamo lui. E forse è questo uno dei motivi per cui mi affascina così tanto. Ma non divaghiamo troppo.

Torniamo agli specchi e al corpo.

Siamo abituati a pensare al corpo come quella roba fatta di gambe, braccia, volto. Ma per me, cresciuta a cibo rigorosamente vegetariano ed esplorando il corpo umano, la parola corpo evoca una lente di ingrandimento che arriva fino nei meandri della spirale del DNA. E li accadono le magie. Le magie sono date dall’enorme potere del simbolo sulla spirale. Le esperienze di vita, le relazioni, le modalità con cui ci si pongono gli altri significativi, entrano prepotentemente, in alcune fasi critiche dello sviluppo, nella spirale e sono capaci di modificare l’espressione dei geni. Dilla più semplice Manuella. Le esperienze di vita sono in grado di cambiarci davvero. A livello genetico. E il corpo è il teatro di tutto questo.

E il corpo ritorna quando dobbiamo tradurre il mondo. Dobbiamo sentirlo sulla pelle un gesto per poterlo significare. Dobbiamo viverlo in prima persona. Per questo si attivano quei neuroni, come se il gesto in questione fosse fatto da noi. A quel punto, per un’esperienza che diventa diretta, perché la stiamo facendo in qualche modo anche noi, siamo capaci di dare un significato. Ma quel significato è nostro. E dipende da quello che abbiamo vissuto in precedenza, da come le esperienze hanno modellato il nostro corpo, dalle etichette emotive che abbiamo messo sui vissuti passati.

Ma alla fine sto solo bevendo un caffè è divagando con i pensieri. Ricordando quanto forti siano le interconnesioni tra il pensiero e la materia. E quanto fondamentale sia il contatto con altre persone nelle quali specchiarci. E a tutti i bambini Mowgli della giungla che si sono specchiati in altre forme di vita.

 

Manuella Crini

 

#pensieriallacaffeina, Difficoltà psichiche

Di asintomatici con il caffè #pensieriallacaffeina

Quando l’epidemia finirà non è da escludere che ci sia chi no vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo lascerà un posto di lavoro che per nani lo ha oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia […] chi deciderà di credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. David Grossman

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La memoria si appanna se tento di ricostruire senza appigli questi ultimi mesi. Ricordo vagamente il telegiornale che parla della Cina e mi sembra di conoscere quello che raccontava. Di un virus con potenziali effetti sul sistema respiratorio. Ma sono abbastanza sicura che in quel periodo non sapessi esattamente cosa fosse, cosa volesse dire essere positivi, quanto durasse l’incubazione e nemmeno che esistessero dei positivi asintomatici. Ma il mio cervello non può ricordare le informazioni in modo puntuale sulla linea temporale. Mette insieme quello che ha appreso nei giorni a venire e andando a ritroso, fatico a ricostruire i momenti in cui ho conosciuto. Un accomodamento di informazioni, a volte discordanti tra di loro. Una tempesta in atto da mesi con il vano tentativo di ricostruire un percorso  logico e vedere se da qualche parte c’è un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Tempesta. Citochine. Processo infiammatorio. Terapia intensiva. Ghostbuster intorno al paziente. Remdesivir. Tamponi. Mascherina. FFp2, Ffp3. Soluzioni idroalcoliche. Numero dei morti giornalieri in Italia. Tutta roba nuova. Alcune informazioni pressoché sconosciute sono entrate a far parte del mio vocabolario. La normalità è stata stravolta. Con adattamenti rapidi. Il lavoro agile. Le videochiamate. Gli aperitivi a distanza. Gli arcobaleni e le persone felici in terrazza. Corri che il bar chiude alle 18. Il bar è chiuso. Stampa l’autocertificazione. Il distanziamento trasformato in isolamento sociale.

E’ una grossa immagine fatta di piccoli e grandi elementi, alcuni statici altri dinamici, che rappresentano un quadro di cambiamenti cui siamo sottoposti da mesi. Alcuni lo hanno definito un enorme esperimento sociale del tutto inconsapevole. Una situazione ecologica da cui apprenderemo tantissime modalità di funzionamento e capacità di resilienza e capacità di analizzare la propria vita da una prospettiva quasi ascetica.

Io penso che il virus abbia colpito tutti. Direttamente o indirettamente. Ognuno ha pagato le sue personali conseguenze. E ci saranno positivi e negativi. C’è chi si ammalerà da questa situazione, chi non verrà toccato e alcuni asintomatici positivi. E non ci sono reagenti per capire.

I positivi con sintomi, avranno i sintomi. Che possono essere crisi ansiose, depressioni, anche suicidi. Nel silenzio del telegiornale su quanto accade nel mondo, troppo concentrati a far la conta dei morti, accadono anche loro, ma non ci sono autopsie che tengano, o meglio, ci sarebbe quella psicologica, ma tutto il focus delle risorse è solo su un virus. Si vabbe ma stavano già male prima dai. Può essere. Può essere che ci fosse un disagio che la solitudine in cui si è ridotta la loro vita abbia fatto da detonatore. Può essere che l’incertezza economica lo abbia fatto. Può essere che convivere forzatamente in un nucleo inadeguato abbia tirato fuori emozioni che non potevano essere gestite tra quattro mura. Ma è come dire che si muore di Covid perché ci sono patologie pregresse. Magari se non ci si fosse ammalati, la malattia pregressa si riusciva a gestire. E come per il Covid ci sono persone con un quadro tremendo anche se erano sane. Si faccio paralleli magari azzardati. Ma a me piace tantissimo la tutela e la prevenzione. E cosa accadrà alle nostre menti, non lo sappiamo come non sapevamo nulla del corona virus fino a qualche mese fa. Perché è una situazione che non ha precedenti così ben articolati. Gli studi si focalizzano su quarantene più brevi. Non mondiali. La Spagnola non aveva la globalizzazione del digitale. Possiamo aspettare e vedere cosa capiterà.

Ma io fantastico  che come per la positività al Covid senza sintomi, ci sia una positività alla situazione senza sintomi. Un’apparente percezione di normalità intorno a quanto ci sta accadendo, con effetti non ancora prevedibili.

Ci saranno ripercussioni a livello psicologico. Si. Assolutamente. Per tutti? No. Assolutamente. Alcuni ne trarranno un enorme beneficio? Si. Assolutamente.

Perché?

Perché la struttura mentale e psicofisica di ciascuno di noi è diversa. Ognuno ha la sua storia di vita alle spalle. E su quelle spalle uno zaino di strumenti che possono andar bene o meno in questo preciso momento. Alcuni possono utilizzare tutte le risorse per costruirsi un riparo, procurarsi cibo, adattarsi alla vita nuova. E poi non riuscire più a tornare nella vecchia realtà. Ma in fondo nemmeno sappiamo se e come ci torneremo. Per il semplice fatto che non abbiamo una sfera di cristallo in grado di dirci cosa accadrà domani. Altri si troveranno uno zaino pieno di strumenti inutilizzabili in questa situazione. E sarà magari difficilissimo sopravvivere nel qui ed ora ma torneranno a star bene fase dopo fase. Altri staranno bene qui, ora e domani.

Cosa posso fare?

Monitorarmi. Ascoltarmi. Siamo diventati così bravi a notare uno starnuto ed un colpo di tosse che possiamo farlo anche con un eventuale sbalzo di umore. Una modalità diversa, rispetto al mio storico, di comportarmi. Un sorriso in meno. Un fastidio nella pancia in più. Ascoltare. Sentire. Osservarsi. Evitare di pensare che io ce la faccio da solo perché si. Imparare da questa situazione che le cose possono accadere. Che non è colpa mia. Che accade non perché non sia forte abbastanza o non abbia assunto abbastanza vitamina C. Accade.

E gli asintomatici positivi? Posso anche piacevolmente pensare, che la situazione abbia avuto su di loro un effetto di risposta lieve. Che i fattori di protezione fossero adeguati in quel momento, che la sofferenza non si percepirà e si tornerà all’omeostasi nel tempo.

Che diavolo è un fattore di protezione?

E’ una sorta di difesa immunitaria. Lo so già che qualcuno mi farà la punta. Ma sono sempre le 7 del mattino mentre scrivo e credo di aver sognato Esplorando il corpo umano tutta la notte. Perdonatemi. E’ un cuscinetto. Che protegge da tutte quelle situazioni di disagio che possiamo sentire. In questo caso i fattori di protezione possono essere la gestione del tempo in maniera adeguata, l’uso di tecniche di meditazione o rilassamento, attività manuali che danno gratificazione (oh dopamina, dopamina sei tu dopamina?) capacità di vivere il qui e ora, buone capacità di riconoscimento dei propri stati interni, sole (si. pure lui), attività fisica, condivisione sociale (attraverso piattaforme social), possibilità di avere momenti di solitudine in casa propria (bizzarro vero? ma potersi ritagliare 20 minuti in cui non si hanno figlie marito moglie compagni nonne zii genitori, addosso, è fondamentale). Quei famosi strumenti nello zaino di cui sopra.

Dai Manu concludi, che tra poco inizia la scuola.

Non ci sono conclusioni. Stiamo ancora scorrendo. Non posso imporre il bricolage a me stessa, figuriamoci agli altri. Scaviamo nello zaino, cerchiamo dentro e qualcosa riusciremo ad adattare. E se non ciriusciamo da soli, io e i miei colleghi siamo un esercito formato per cercare negli zaini. Siamo al 4 maggio. Ma non è finita. Pessimista. No. Realista. La partita si sta ancora giocando. Concludo andando a fare un caffè. Guardando fuori dalla finestra. Avete notato quanto sia bello il cielo in questi giorni?

 

 

Manuella Crini, psicologa e dottore di ricerca in psicologia dello sviluppo e dell’educazione. Non mi sono dimenticata della fascia 0-18, penso costantemente a loro. E’ che le parole pesano e prima di poterle mettere su carta, devo ponderarle come ingredienti della ricetta di un dolce.

#pensieriallacaffeina, Pensieri su giornate speciali

Mi hanno insegnato che le donne non si toccano nemmeno con un fiore. Ma poi le ho viste uccise in tanti modi.

Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna! William Shackespeare.

Non mi Sono mai accorta che mia figlia stesse crescendo. Cioè, lo so. Ma l’ho sempre trovata uguale. Giorno dopo giorno. Eppure lo so che pesava poco più di 3kg e ora è quasi alta come me. Ma non l’ho notato mentre cresceva. È sempre lei. Sempre uguale. Eppure diversa.

Quando il cambiamento avviene lento, sotto ai nostri occhi, non lo percepiamo. Riadattiamo l’immagine che abbiamo di quella persona, luogo, relazione, un salvataggio continuo.

Così che quella persona splendida con cui si è deciso di stare, non si è svegliato mostro alla mattina. Ma è cambiato piano. Prima una parola. Uno sguardo. Uno schiaffo. Un pugno. Le scale. L’ospedale. Un Cambiamento lento e costante. Continuo. E nella mente un tentativo di combattere la dissonanza cognitiva e di aggrapparsi all’immagine della persona di cui ci era innamorati.

Ma la violenza c’è. Fatta di parole. Di segni sulla pelle. Di umiliazioni continue e di Paura.

Non inizia sempre in modo brutale. Si manifesta lentamente. Piccoli cambiamenti. Cui non si da peso. Che non si vedono quasi. Una gelosia. Una negazione. Ci si adatta in una situazione giustificando tutto in nome di un amore che di amore non avrà nulla. Le parole da sole sono capaci di far disastri incredibili. A volte la violenza resta su questo piano. Invisibile, perché i lividi sono dentro al corpo. Nessuno li riesce a notare. Altre volte si trasforma. In violenza fisica. Mescolata ad una sottomissione emotiva.

Chiedere aiuto è difficile. Fa sentire deboli, fragili, in colpa. Dall’esterno possono arrivare segnali che ci fanno sentire poco adeguati. Come se fossimo artefici del dolore che proviamo. Altra violenza. Sulla violenza.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Perché si sa, le donne sono una parte fragile della società. Più facilmente vittime perché hanno una vagina e pochi diritti ancora. Sono quelle che insieme ai bambini andrebbero salvate per prima. Quelle per cui si disegna una riga rosa per terra. Ma sono quelle che tra le mura domestiche vengono riempite di botte. Di insulti. Di violazioni continue e costanti. C’è tantissimo da fare per uscire da un tunnel buio e mal arredato. Comprendere. Comprendere è una parola bellissima, che sfugge al giudizio, che non lo tollera e non lo attiva, ma accoglie e aiuta. Senza far violenza sulla violenza. Supportare. Tener su una parte che sta cedendo. Non lasciando sola chi è già stata lasciata sola troppe volte. Isolata dal suo stesso carnefice. Tendere la mano. Dar presenza. Esserci. Esser lo spazio per aiutare ad uscire da quel tunnel.

Se non lo avete ancora fatto, io leggerei Non dirmi bugie. Per capire come ci si sente dall’altra parte. Da quella della vittima di violenza. Cosa accade nel suo mondo. Perché è difficile uscirne.

E se leggendo queste parole hai sentito qualche rumore dentro, qualche specchio che si è rotto, rompi anche il silenzio. Ci sono molte figure che possono ascoltarti e centri antiviolenza pronti ad accogliere. Non si è mai soli.

La dott.ssa Manuella Crini riceve nel suo studio in Corso Borsalino 13 ad Alessandria. Altre info nella home del sito. L’immagine appartiene alla raccolta Di Schiena, realizzata da Lucia Bianchi nell’ambito di un progetto portato avanti con Medea – Alessandria.

#pensieriallacaffeina, benessere

che stress!

strictus. stretto. angusto. serrato.

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Che vita sarebbe senza lo stress? Non sarebbe vita. Siamo abituati a pensare che sia una patologia, qualcosa di cui liberarsi, qualcosa che di per sé sia dannoso e faccia male. Ma lo stress è quel qualche cosa che mette in moto l’organismo, che ci fa alzare dal divano e reagire. Un qualche evento esterno causa una reazione a catena di sostanze (le solite droghe a km 0) che mettono in moto l’organismo. Quella roba per cui riesci preparare un esame in una settimana e non dormi la notte per arrivare all’obiettivo, riesci a preparare una cena con 4 ingredienti in frigo, che Cracco spostati o vieni a cena che te la faccio vedere io.

Lo stress è il prodotto di un atto cognitivo. La valutazione. Daniel Goleman.

Allora perchè essere stressati fa così male? Perché non siamo fatti per essere sempre attivi e reattivi e in multitasking. Se prolunghiamo quello stato per un tempo lungo, le stesse sostanze come le catecolamine che ci davano la spinta per raggiungere traguardi, diventano veleno. Ci intossicano. Così tanto che il nostro ippocampo, quel piccolo centro nel cervello, si riduce piano piano, smette di formare nuove memorie. Il nostro sistema immunitario non funziona più al suo meglio. Ci ammaliamo. Non di stress, ma di raffreddori e  tutte quelle altre robe poco simpatiche che i virus trascinano con loro.

Quindi si parla di eustress quando lo stress non fa danno, anzi, ci fa funzionare bene e diretti allo scopo. Che cosa differenzia l’eustress dallo stress quello malvagio? Il modo in cui lo viviamo. Dal valore che stiamo dando a quello stimolo che abbiamo davanti. Valore che a sua volta dipende da chi siamo noi, dalla nostra storia di vita e dal nostro passato. Imparare a gestire lo stress, a modulare gli eventi esterni, la nostra risposta, beh, quello si che è un buon modo di cercare il benessere.

Come fare? Ci sono molti modi, A me piace molto accostare strategie di ridefinizione degli obiettivi a tecniche di rilassamento, in modo da essere allenata ad affrontare le sfide.Le tecniche di rilassamento, figlie di discipline orientali e studi, sono un buon modo per rifocalizzarsi sul sé e riorganizzare gli obiettivi permette di avere una strategia cui ancorarsi evitando le insidie della nostra società, ansia e stress (quello cattivo).

La dott.ssa Manuella Crini collabora con  Be-good Wellness Academy per promuovere il benessere in un’ottica integrata che consideri anche il soma.

#pensieriallacaffeina

la dissonanza cognitiva, quel qualcosa che stride da qualche parte nel tuo cervello o nel tuo corpo #pensieriallacaffeina

When there is a range of opinion in the group, communications tend to be directed towards those members whose opinions are at the extremes of the range.                      Leon Festinger.

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E’ una sensazione che trovo difficile spiegare con le parole, proprio perché è sensazione e usa un canale diverso, senza grammatica ma con una sintassi decisa che sa andare al punto. Qualcosa fa “crick” dentro di me. Stona. Ecco, una nota che non si accorda con la sinfonia, che non la rende più interessante, è da togliere. A noi (inteso come esseri umani) piace tantissimo la coerenza (si lo so, dici una cosa e ne fai un’altra, ma questo è un discorso più complesso e mi serve uno di quei caffè lunghi per parlarne con la dovuta calma). Quando qualcosa tenta di cambiare la nostra coerenza su un pensiero, un’idea o una convinzione, quel qualcosa ci provoca uno stato di malessere, quel qualcosa che non va di cui sopra. E’ una dissonanza cognitiva. Dobbiamo porre rimedio al fastidio, a noi piace la calma (anche per questo caffè lungo), ci piace quella sensazione di equilibrio omeostatico cui tendiamo sempre senza rendercene conto.

Riequilibrarci e togliere quella sensazione fastidiosa di qualcosa che stona, passa attraverso processi diversi, posso cambiare il mio pensiero iniziale (tengo la nota e cambio la sinfonia intorno), posso fortificare il mio pensiero iniziale rendendolo impenetrabile rispetto a quando mi causa fastidio (alzo il volume intono a quella nota, e non la sento più), cerco di avvicinare le due cose, trovando  un punto di equilibrio (modifico la sinfonia e un po’ quella nota in modo che suoni tutto un po’ meglio).

Ignorando le mie metafore musicali, non esiste la modalità corretta per spegnere la sensazione di stridore. Tutto dipende da talmente tanti fattori che la risposta esatta, porti a casa tutto il premio, non esiste. Ma per fortuna esiste la dissonanza che ci sposta dal punto di equilibrio e ci permette di far qualcosa di simile che facciamo molte volte al giorno perdendo l’equilibrio per trovarne uno nuovo, camminare.

Sfruttiamo quella sensazione, svisceriamola, se non ci si riesce da soli perché la matassa è più simile alle lucine di Natale poco prima di metterle sull’albero, beh, io e i miei colleghi abbiamo anche questa funzione. Sviscerare. E far si che una brutta sensazione si trasformi come il bruco in farfalla.

Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo.
Massimo Gramellini.

Altre metafore, non ne ho.

La dottoressa Manuella Crini svolge i colloqui di counselling psicologico presso il suo studio, in Corso Borsalino 13, Alessandria.

 

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di femminicidi e tempeste emotive #pensieriallacaffeina

La violenza è una malattia, una malattia che danneggia tutti coloro che la usano, indipendentemente dalla causa.
Chris Hedges.

 

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Possono le emozioni interferire sul naturale esprimersi delle persone fino a fargli perdere il controllo ed agire in maniera così smisurata da togliere la vita ad un’altra persona? Le emozioni hanno un valore adattativo pazzesco, e se ne accorse Darwin quando intuì che era semplice capire se il suo beagle fosse felice o arrabbiato. La gioia ci fa avvicinare ad un qualcosa che percepiamo come piacevole e la paura ci fa fuggire o combattere, mettendo in atto reazioni rapide ben prima che noi stessi ne diventiamo  consapevoli. Prendiamo decisioni appoggiandoci all’esperienza emotiva passata. Scegliamo la persona con cui aspettare che i capelli diventino bianchi,  per poi tingerli di nascosto, basandoci sulle emozioni. Vogliamo a tutti i costi essere felici. E poi le demonizziamo dandogli la colpa per comportamenti criminali come i femminicidi. Credo che sarebbe un po’ come raccontare che è stato il braccio ad uccidere, o la corteccia motoria che ha dato il via al movimento o la corteccia prefrontale che lo ha pianificato. Le emozioni fanno parte di noi, sono una delle tante tessere del puzzle che messe insieme danno la figura finale. La persona. Siamo costantemente in preda alle emozioni. Piangiamo guardando Titanic, ci arrabbiamo in macchina, guardiamo la partita con la tachicardia. Le emozioni non nascono per caso, ma certi eventi esterni o interni le attivano. Siamo sollecitati in qualche modo ad avere una risposta emozionale. E allora perché accade che le donne vengano uccise dall’uomo con il quale stavano? Perché se le emozioni, più rodate nel corso dell’evoluzione della coscienza, diventano un motore così forte da zittire tutto il resto? Perché un uomo nel mondo 3.0, debba ritenere una donna un oggetto di sua proprietà? Perché deve arrivare a perseguitarla, a farle del male, a ucciderla perché ha scelto una vita senza di lui?  E non parlo di quella tempesta emotiva che ha il controllo in quel momento, ma di cosa abbia scatenato quella tempesta emotiva. Le emozioni quando si accendono hanno un potere enorme. Tanto da non far sentire il dolore, tanto da spingere quella persona oltre limiti che normalmente non avrebbe scavalcato. Nel bene e nel male. Ma perché ad un certo punto si accendono? Che cosa sta dietro ad un uomo che uccide una donna? Si nasconde l’impulsività di una personalità borderline? Si nasconde un passato difficile caratterizzato da maltrattamenti fisici ed emotivi? Si nasconde un’incapacità di amare perché non ha avuto amore? Si nasconde una cultura basata sulla visione della donna come un qualcosa che se non si può possedere si deve distruggere? Ma fa più scena la condanna. Fa scuotere più teste con lo sguardo verso il basso e la bocca leggermente piegata in segno di disappunto sapere che da 30 anni si è passati a 16, e allora focalizziamo la nostra attenzione su quello. Sui fatti accaduti. Io penso ai fatti che ancora continueranno ad accadere, quei delitti che ogni 72 ore si perpetuano. A quel continuo minacciare, rendere emotivamente fragili, perseguitare, una persona che è solo nata con due cromosomi x. Penso a tutte le donne che nel silenzio delle loro case coprono i lividi con il fondotinta, che non possono uscire, che accettano di aver rapporti sessuali controvoglia perché è il loro dovere. E penso che gran parte della cura di questo male sarebbe l’informazione. Ma non quella che trovi su internet, ma quella che dovrebbe emozionare, quella che dovrebbe insegnare. Quella che dovrebbe insegnare il rispetto, la libertà individuale e che dovrebbe capire dove sia presente una situazione di disagio per intervenire. Penso sempre alla scuola, penso a quanto sia inutile sapere se un avverbio è di tempo o di luogo se diventi un uomo che prende a pugni una donna. penso che sia inutile sapere se un pronome sia interrogativo o personale se non si ha una buona autostima. Le sere come questa, avrei voglia di una rivoluzione. Di quelle culturali, che promuovano il senso del benessere, che creino le basi per poter imparare a star meglio con se stessi, da non aver più il bisogno di far male agli altri. Una rivoluzione verso una società attenta alle sue stesse radici, che coltivi con cura tutti i suoi figli. Che prevenga, invece di condannare quando ormai su quel volto le guance non si possono più arrossare.

Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.
Martin Luther King.

Non ho mai amato molto la parola femminicidio, è uccisione di un essere umano. E l’interruzione brutale di una vita, ha pari dignità, indipendentemente da chi l’ha persa. Ci sono assassini uomini e assassini donne. Madre natura ci ha fatto un po’ diversi. Fisicamente e cerebralmente. Il portatore di un cromosoma xy ha caratteristiche fisiche connotate da forza maggiore, e nel confronto con la portatrice del cromosoma xx, la seconda solitamente, ne esce svantaggiata. Ma più che di natura, lo svantaggio è socio-culturale. Curiamo la società, sorreggiamo gli individui fragili. Facciamo la rivoluzione.

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La solitudine del carbonio #pensieriallacaffeina

Il carbonio può essere matita o può essere diamante. Può creare tantissimi legami. E parrebbe alla base della vita sulla terra. Ma per fare tutto questo il carbonio è capace prima di tutto di legarsi con sé stesso. Come a dire che sta bene anche da solo. Che sa amarsi Che sa prenderei cura prima di sé. E poi degli altri. Dovremmo tutti imparare dal carbonio.

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La solitudine ha molte facce. C’è la solitudine voluta e cercata, c’è quella creata dal vuoto intorno e c’è quella in cui ci si sente soli con qualcuno accanto. La solitudine ha un’accezione negativa. Nel parlar comune. Come se ci si realizzasse solo nel condividere con altri essere umani e si fosse in qualche modo non completi se soli. Fromm sosteneva che la solitudine ingenerasse in alcuni sentimenti di colpa e angoscia, tali per cui si tentasse di fuggirla in ogni modo. Ma è una delle battaglie più difficili da vincere, imparare a star soli con sé stessi, la persona che in assoluto con il suo giudizio è capace di metterci in crisi. Quella che vedi nello specchio.

Star da soli con sé stessi è un mettersi a confronto con le proprie paure, con i propri pensieri, è un tentativo di vedere se davvero si riesce. E questo in parte dipende dal quello che Bolby definiva “stile di attaccamento“, cioè quel particolare legame che si instaura con la figura di accudimento, di solito la mamma, nei primissimi anni di vita del bambino. Se questa relazione è stata sicura e ha creato una buona fiducia in sé stessi, la persona impara muoversi nel suo ambienta di vita in modo autonomo, senza temere la solitudine o la perdita di legami. Questo non vuol dire che non avrà amici o che non cercherà qualcuno con cui invecchiare, ma semplicemente che sa star anche solo, che alla base per poter star bene anche con gli altri.

Tante coppie non si lasciano per paura della solitudine. E allora si invecchia prendendo le distanze all’interno della stessa casa, e per paradosso, si invecchia soli anche se in due. Ci si riempie di rapporti vuoti, senza radici, senza storia, solo per non sentire il rimbombo dei pensieri, quella famosa vocina interiore, che lo sappiamo, ogni tanto ci parla, anche se non sempre usa le parole ma oltre volte le sensazioni. E siamo anche molto abili ad esser meno soli  e molto impegnati, creando una rete di amicizie virtuali o di contatti da seguire nelle loro storie, che non abbiamo più tempo per ascoltarci e capire chi siamo e cosa vogliamo.

Impariamo a vedere la solitudine come un prezioso momento per delineare i nostri confini, per conoscerci a fondo, anche per accettare che nei nostri confini ci siano dei limiti, dei difetti, che non sempre si potranno cambiare, ma si possono accettare. Stando bene con noi, legandoci a noi stessi come fa il carbonio, sarà più semplice legarci agli altri in modo sano. Non dipendere da qualcuno, sia esso amico o amante (amante in generale, può anche essere un marito), permette di respirare quel senso di libertà che fa si che si continui ad essere sé stessi anche in due. E’ la libertà di dire “no”. E’ la libertà di dire la propria opinione e di ritagliare la propria vita nel modo in cui si vuole.

I soli sono individui strani
con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi
non si sa bene cosa sono
forse ribelli forse disertori
nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.
Giorgio Gaber

Un regalo per te, una pizza, un cinema, una passeggiata lungo il mare. Una vacanza, un’avventura, uno spazio che sia solo tuo. Non sono facili da realizzare. A quante scuse hai già pensato? Non ho tempo, ma sai che vergogna, magari prossima settimana, fino ad arrivare a dirsi che tanto a me la pizza non piace.

 

 

La dott.ssa Manuella Crini nella pratica clinica, attraverso percorsi di consulenza psicologica, promuove e sostiene percorsi per star bene con sé stessi 

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Attrazione a prima vista #pensieriallacaffeina

“Mentre lui le insegnava a fare l’amore lei gli insegnava ad amare.”

Faber

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In pochi millisecondi decidiamo se quel volto ci piace o meno. Formiamo un’impressione sulla persona mettendoci un tempo inferiore ai 3 secondi. Accade tutto rapidamente nelle nostre connessioni cerebrali. Senza scomodare la coscienza. Accade. Se ci mettiamo insieme la chimica degli odori, da questo mix può nascere l’attrazione sessuale a prima vista. Testosterone, estrogeno, dopamina e serotonina sono alla base dell’attrazione fisica. L’attrazione è individuale ma esistono alcuni fattori che sono più o meno universali (per fortuna  una piccola percentuale non rende mai un fenomeno totalmente lineare), come per esempio le donne eterosessuali sono attratte dalla ricchezza e dal cattivo ragazzo (quello sempre incazzato, quello poco empatico che trasgredisce spesso) e gli uomini eterosessuali dalla giovinezza (calma, calma, non sempre ma soprattutto non vuol dire nulla, intervengono fattori di tipo sociale, biologico e poi sono risultati di ricerche non ecologiche ma strutturate in modo molto particolare).Allora cosa rende attraente per me una persona mentre la mia amica nemmeno la nota?  Jung diceva che vediamo nell’altro la complementarietà del proprio animus, per un gioco di proiezioni vediamo nell’altro la parte inconscia e nascosta e sentiamo quel “ti voglio a prima vista”. La cura di questo gettarsi nel fuoco passerebbe attraverso una buona conoscenza della propria psiche e delle parti nascoste, per poter superare questa modalità istintiva e scegliere un partner in modo più saggio.

Accade tutto ad un livello sotto coscienza. Valutazioni che effettuiamo sull’altro e che sono fatte non usando il pensiero cosciente ma attivando schemi cerebrali che valutano  in modo grossolano l’altra persona in termini di piacevolezza/spiacevolezza. Le valutazioni che mettiamo in atto dipendono da come siamo fatti noi. Proveremo piacevolezza e voglia di avvicinarci quando quel volto e quella persona attivano in noi il ricordo di qualcosa di noto. Abitudini, ricordi piacevoli, sensazione di controllo. Ed ecco che scatta l’interruttore, che ci farebbe assomigliare ad un organismo unicellulare, un lievito, che quando non è ermafrodita (Platone, scusa se ti scomodo ancora), cerca la sua compagna o il suo compagno e la seleziona in base ad un’attivazione molecolare. Secondo alcune ricerche, in fatti, nell’uomo, i ferormoni giocherebbero un ruolo fondamentale, ma la scienza si sa, non è mai esatta, e non tutti sono concordi sul ruolo chiave dei ferormoni. Entrano in gioco anche gli altri sensi e solo per ultima la coscienza. a quel punto, siamo dotati di libero arbitrio (siamo davvero dotati di libero arbitrio?) e possiamo controllare il comportamento che seguirebbe un’attrazione sessuale reciproca, o assecondarlo.

E come mantenere viva quella sensazione di ricerca costante di gratificazione sessuale con il partner? Per ora lascio il dubbio, in modo che possiate cercar qualche risposta nelle vostre storie.

 

 

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La metà della mela #pensieriallacaffeina

 

Tra tutte le persone sei la sola che colma perfettamente lo spazio che ho tra le dita

Mr. Rain

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Chissà come venne in mente a Platone che la luna avesse caratteristiche sia del Sole che della Terra e che avesse generato un Ermafrodita. Un essere a 8 zampe, completo di entrambi gli organi genitali che si muoveva facendo capriole ed era arrogante, così tanto da sfidare gli Dei che decisero di tagliarlo a metà. Una metà maschile e una femminile, destinata a rincorrersi per cercare di unirsi di nuovo. Ed ecco che l’amore, quella ricerca costante della propria metà sembra essere l’unico modo per sanare un essere vivente ferito e mutilato nella sua perfezione. Eros promette felicità e guarigione.

La ferita che costantemente ci dovrebbe ricordare che siamo incompleti è l’ombelico. Quel piccolo foro sul ventre, posto appositamente dove lo si potesse vedere per tener a bada l’arroganza. Si. Siamo stati separati da qualcuno, e il taglio netto con quella persona è avvenuto proprio in quel punto. Ma non era una metà della mela.

Siamo nati interi. Con l’enorme potenziale di poter essere felici. Abbiamo una produzione integrata di endorfine, dopamina, adrenalina, serotonina. E allora da dove nasce questa ricerca dell’amore come promessa di felicità e guarigione? Perché ci sentiamo completi quando troviamo la persona che colma perfettamente lo spazio tra le dita?

L’amore crea una dipendenza, forse è una delle sostanza che crea maggior dipendenza. Hai bisogno di vedere quella persona, vai in astinenza se non la vedi e le ricadute sono elevatissime. L’amore ha una forza incredibile sul nostro cervello, fino a spegnere la paura.

Siamo esseri completi, pensanti, creativi, ci siamo trascinati per secoli i miti che ci piacevano di più fino a farli entrare nel DNA. Quella sensazione di completezza stringendo la mano della persona amata, è un gioco di neurotrasmettitori che ci fa credere che sia così, che quella persona sia legata a noi con un filo rosso. Quando creiamo con quella persona un progetto di vita insieme e siamo disposti a scendere a compromessi con quella dipendenza, che diventerà altro, ma altrettanto forte, abbiamo trovato il giusto posto dove incastrare la nostra interezza.

 

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di percorsi di sostegno psicologico relativi alle problematiche affettive e relazionali, sia individuali che con la coppia.

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dove nascono i legami affettivi #pensieriallacaffeina

I legami affettivi iniziano a costruirsi quando inizi ad immaginarli. Siamo così strani che ci basta formare l’idea di qualcosa che già riusciamo ad appiccicarci un’emozione sopra

 

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Quando si forma il legame con il proprio figlio? Inizia prima che inizi a respirare una volta fuori dall’utero. Inizia prima che inizi a scalciare dentro la pancia facendo sentire tutta la sua forza e il suo carattere. Inizia quando iniziamo a pensarlo. Conosciamo molto dei legami affettivi e della loro importanza nello sviluppo del benessere dei figli, rapporto che prende sostanza quando possiamo guardarli e che non sono più legati al nostro corpo. Iniziamo a conoscere molte cose anche di come l’idea che i genitori si fanno del bambino influenzerà quel legame nel tempo. E’ una relazione? In una relazione si è in due, qui è “solo” la mamma che pensa il suo bambino, gli attribuisce sentimenti, emozioni e sensazioni. Forse non è la relazione classica. Ma è un precursore molto importante

 

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di sostegno alla genitorialità, in ogni suo aspetto, fornendo un sostegno in ogni tappa del percorso che ci porta ad essere genitori