Blog

Difficoltà psichiche, Senza categoria

Molti diedero al mio modo di vivere un nome e fui soltanto un’isterica (A Merini) di isterie di vibratori e di poesie di resistenza

Ad esempio Charcot dimostrò che i fenomeni isterici sono qualcosa di autentico e conforme a uno scopo, che l’isteria è molto frequente negli uomini, che paralisi e contratture isteriche possono essere provocate dalla suggestione ipnotica e che questi prodotti artificiali hanno, fin nei minimi dettagli, le stesse caratteristiche degli attacchi isterici spontanei che spesso vengono provocati da un trauma.                                   Sigmund Freud

Schermata 2019-08-01 alle 19.19.02

L’utero è mio e lo gestisco io. Quella roba che quando ho visto alla mostra dei corpi, così piccolo e indifeso, una piccola tasca in grado di contenere, accogliere e far crescere una vita, mi ha stupito nella sua fragilità e minutezza. Capace di adattarsi ai cambiamenti, di deformarsi fino a prendere una forma che nulla ha a che vedere con l’originale, capace così tanto di rappresentare l’essenza dell’essere umano. Isteria parte da li, da Ystera, utero. Una malattia dai toni prettamente femminili. Una forma di psicopatologia. Le radici sono antiche, egiziane, e si riteneva che uno spostamento dell’utero potesse causare alterazioni psichiche nella donna e la soluzione era cercare di riportare questo organo dotato di potere maligno e benevolo al posto giusto.Oppure starnutire. No, non ridere, la medicina ha una storia complessa e affascinante e Ippocrate usava una sedia rotante per riportare gli umori al posto giusto e l’utero si poteva sistemare anche starnutendo. Le isteriche sono state poi streghe, esseri posseduti dal maligno, insensibili al dolore durante le crisi. E si passò all’uso degli ovuli, quando il rogo non funzionava. La scienza a tentoni cercò di dare una qualche giustificazione che tenesse un po’ di più e allora si ipotizzò che in qualche modo l’utero che si ammalava, diventava freddo e intaccava altri organi interni causando gli spasmi tipici dell’isteria. La menopausa era considerata causa di psicosi, come se tutto girasse intorno, nella donna, a quella piccola tasca marsupiale che permette la vita. L’isteria è anche stata trattata con massaggi. Quelli con happy ending, che guai a chiamare orgasmo però, erano solo parossismi isterici, una manifestazione particolare legata alla patologia. Si è passati alla cura con il vibratore, che nasce come strumento medico e poi, fortuna nostra, è diventato strumento di piacere. Ma anche attraverso pratiche brutali che prevedevano la clitoridectomia e l’isterectomia. La strada per arrivare ad affermare che l’isteria non ha a che vedere con l’utero, ma è legata ad un altro organo, sempre meravigliosamente plastico, ma che sta un po’ più in su, è stata lunga, e si arriva a Parigi, da Charcot, che descrisse in modo accurato gli attacchi isterici, dalle pose plastiche alla fase allucinatoria. Siamo poi passati attraverso Anna O., la paziente di Freud, di cui magari vi racconterò più avanti, riportando tutto ad una sfera affettiva traumatizzata.

Nell’immaginario popolare la donna isterica non assume pose plastiche, nessun arco isterico. Diventa la donna lunatica, quella che ha crisi improvvise di rabbia, di panico, che non riesce a contenere tutto il tumulto emotivo che ha dentro. Da psicopatologia a parola offensiva per minimizzare a volte un bisogno, la strada è stata apparentemente breve, ma degli antichi egizi ad oggi è stata lunga.

Che cosa resta dell’isteria oggi? Si parla di disturbi di conversioni o di personalità istrionica e analizzando la radice del termine, si ritorna all’utero. E della parola isteria resta solo la parte sfregiativa, quella che taglia la pelle dell’emozione, che ti dice che il tuo urlare o il tuo piangere o la tua paura, non hanno dignità. A volte è un bisogno urlato, perché non sia aveva lo strumento giusto per parlar a bassa voce, è uno sfogo troppo a lungo taciuto. E’un dolore che va lenito, un dolore che va ascoltato e a cui dar forma. Ma le sue parole vanno più dirette a quella parte del cervello che è capace di emozionarsi ancora. E ve le metto qui.

 

Sai cosa ti dico?

Ch’io la amo questa mia isteria.

E sai perché la amo?

Perché è mia.

E perché dopo tanti anni ti ho rivista

– amica mia –

tu con due bambini in braccio

io con un figlio già cresciuto

a domandarci se sia vivo

tutto quel che abbiam taciuto,

mentre tu scegliesti di restare

con un uomo sempre assente

ed io optai per il partire

– che intanto non cambiava niente –

Per essere poi sole tutte e due

ancora a domandarci se sia colpa

di quella parte di incoscienza

che ci ha viste scanzonate

per il mondo

come sciocche ragazzine.

Ancora a domandarci

se non dovremmo pianger mai

non essere invadenti

non alzare mai la voce

nascondere il minuto di paura

condannare

quell’espressione di isteria

che eppure sai cosa ti dico

amica mia?

Io la amo, perché è mia!

Perché è il frutto

di quello che ho vissuto

figlia legittima di ciascuna frustrazione

di ogni atto di coraggio

di tutta quella tentata umiliazione

a cui -alla fine-

non abbiamo mai ceduto

come mai lo abbiamo fatto

con il misero ricatto

che ci vorrebbe con un culo

piccolo e perfetto,

che ci vorrebbe a metter ordine

la sera

nella vita di uomini

sempre troppo stanchi per capire

quanto sia caro il prezzo

del dover essere perfette

e donne e madri e mogli

e amanti e figlie

e a letto anche un po’ puttane

senza mostrare mai stanchezza

né paura

come se esser forti

volesse poter dire

aver messo al cuore la sicura

o come se esser grandi

volesse poter dire

abbandonare la bambine

che siamo state allora.

E invece sai cosa ti dico, amica mia?

Sfogati, urla, spacca tutto

gridalo in faccia a questo mondo

che hai paura

diglielo che non te ne fotte niente

della costosa perfezione

che non taci mai a comando

che non rotolerai nel fango

di quella schiavitù silente

che ti vuole sempre bella e sorridente

per cui – mi raccomando –

sii carina spiritosa ed accogliente

comprensiva, empatica e accudente

ma assolutamente mai invadente!

Mai stanca, mai sciocca,

mai bambina,

– E smettila con le richieste di attenzione!

Non vedi che oggi non ne ha voglia? –

– Ma come sei fragile! Dio!

Cosa ti piglia? –

Avresti forse voglia di gridare?

Di pestare i piedi

di impuntarti e non parlare?

Di mandare a fare in culo

tutto il mondo?

Di chiedere un abbraccio?

Di pregare una carezza?

Di supplicare che sia legittimo

questo minuto di incertezza?

Sai cosa ti dico?

Fallo adesso – amica mia

prima che sia tardi e vada via

questo splendido momento di isteria.

#poesiediresistenzafemminile

 

Si ringrazia l’artista e Amica Amanta Strata, per aver dato un senso nuovo ad una parola che è stata stravolta nel suo significato originario e aver ridato dignità ai bisogni, quelli che se non sono compresi, restano intrappolati e volte urlati. Ridiamo dignità alle emozioni, che sono quelle che ci salvano. Sempre. Grazie.

Senza categoria

Come sopravvivere all’amore

Ognuno porta in fondo a sé stesso come un piccolo cimitero delle persone che ha amato. Romain Rolland

Cosa rimane quando una storia finisce?

Dove vanno a finire tutte le parole, le sensazioni?

Che cosa resta di me senza te?

Amerò ancora? No. Non voglio più soffrire per amore.

Come se tutto il Male finisse dentro al cuore. Quell’organo perfetto che pompa sangue e sentimenti, come se dalla metafora diventasse un centro nevralgico, un dolore acuto e insopportabile che tocca anche il respiro. Lo priva di automatismo e lo rende difficile. Difficile come sopravvivere. Ma non é lì che sta l’amore. Come quasi qualsiasi cosa che ci riguarda, ha un suo sostrato che sta un po’ più in su del cuore. Lontano da lui e più vicino agli occhi. Sta in quel chilo e mezzo dentro la scatola cranica. Dove le cellule comunicano in modo elettrico tra di loro, formano onde e complicate reti dove incastrano il ricordo e lo manipolano e lo rendono perfetto e dove nasce la sofferenza.

Si guarisce. Dalle pene d’amore si può guarire. A volte è fisiologico, altre volte serve un pace maker, ma se ne esce diversi ma non per forza peggiori.

Perdere un amore è un lutto con un cadavere ancora in vita. Un ossimoro difficile da gestire.

Nasce allora questo spazio dove condividere e raccontare che cosa sta accadendo tra cuore e cervello. Scrivimi nella posta sulla pagina Facebook di Manuella Crini o nei contatti che trovi nella homepage.

Racconta la tua storia. Il tuo dolore. La tua cura. In modo anonimo diventerà un pezzettino di storia da tenere qui.

Ti aspetto

Manuella

Difficoltà psichiche

Contro l’assalto delle risate, nulla può resistere. Mark Twain

 

PHOTO-2019-10-25-21-35-51

Happy, sorridi. Appari felice, piuttosto che essere felice. Disegnati il sorriso sul volto e cerca di far felici gli altri, piuttosto che te stesso. Esasperato, dentro un contesto patologico, questo continuo ricercare una felicità senza viverla, porta alla nascita del crimine. Un crimine non vendicativo, ma solo specchio di un vuoto empatico.

Sorridi sempre, anche se il tuo sorriso è triste, perché più triste di un sorriso triste, c’è solo la tristezza di non saper sorridere. Jim Morrison

Una mamma con un disturbo di personalità, un bambino adottato delle cui origini  non si sa nulla, abusi, sevizie, uscire da questa strada intatti, è difficile. Ai limiti dell’impossibile. E in questo terreno così ostico ne viene fuori un personaggio che da sempre suscita un senso di attrazione, perché è istinto, perché è capriccio, perché è caos. Nel totale ribaltamento delle aspettative, il personaggio nero, scuro, senza espressioni sul volto, rappresentato da un pipistrello, è il buono. La faccia buona del continuum bene vs male. E il male trae la sua origine in un torbido fatto di colori. L’empatia che manca ad Arthur, non manca a chi guarda la sua storia. A chi lo vede bambino, legato ad un calorifero. Percosso. Fa scattare quel senso di accudimento, di impotenza e di rabbia che ci fa schierare dalla sua parte, nel tentativo assurdo di trovare un confine logico tra il bene e il male. Fa sentire inadeguati spostarsi dalla parte del male e tifare per lui. Ma c’è un momento in cui questo senso di inadeguatezza si tranquillizza. Quando tutti indossano la sua maschera. Quando tutti ammettono che la responsabilità del loro star male è data da una causa esterna, che va punita. La società. Quella roba che già Freud sosteneva, nel 1929, avrebbe creato un forte disagio, perchè la forbice con la biologia stava diventando troppo ampio. 90 anni fa. La civiltà soffoca i nostri istinti primari, brutali e inaccettabili a volte, e la società li schiaccia con leggi e punizioni, per sopirli. Ci ritroviamo in sintonia in questa situazione. E non siamo soli. Dividiamo la responsabilità di quanto sta accadendo, la mettiamo capo a Joker e ci sentiamo più leggeri.

Ma chi Joker?

Arthur è figlio di una donna narcisista. Una donna con un legame possessivo nei confronti del figlio. Fortemente manipolatoria, e incapace di dare amore, e di sostenere la differenziazione psichica nel figlio. Si, quella donna così fragile e sorridente, perché il male, inteso come origine del dolore negli altri, non sempre ha una faces prototipica, ma spesso ha forme piacevoli. E’ come se ad Arthur la felicità fosse solo stata narrata, e mai vissuta. E quella narrazione ha preso la forma di una maschera sul volto. Dove era disegnato un sorriso, la manifestazione universale della gioia. Ma quale vuoto immenso deve aver provato ogni volta in cui quel sorriso non corrispondeva la sensazione di benessere, tanto da renderlo agonizzante, atroce. Quanto dolore in una risata. Una risata patologica. Irrefrenabile. Una risata che solo una malattia mentale riesce a spiegare. Ma la matrice di quella malattia affonda anche nella società. Una società che non è stata capace di accogliere un bambino abbandonato, se non affidandolo alle cure di una donna sola e malata, una società che non ha saputo contenere la patologia quando diventava più forte ed una società che infine si rivela fatta da molti individui che soffrono. Una società che mi ricorda molto quella che veniva dipinta dalla scuola di Chicago negli anni ’30, che vedevano nella disorganizzazione sociale, l’utero del crimine.

I traumi subiti da bambino, le percosse possono aver dato origine a danni anche di tipo fisiologico, oltre che di natura psicologica e relazionale. La mancanza di empatia, ha fatto si che in qualche modo, anche in assenza di un corredo genetico condiviso, si instaurasse un disturbo di personalità, più istrionico che narcisista, e che con questo ha un forte legame. Ma sembrano esserci più disturbi in quel corpo così privo di ogni forma di amore. Una perdita di contatto con la realtà, tale da produrre allucinazioni che possano riempire quel senso di abbandono che si porta costantemente dietro. Un probabile disturbo dell’umore. E questa risata inadeguata. Inopportuna. Un urlo che nessuno riesce a capire e ad accogliere.

Joker è una difesa. E’ il prodotto di una malattia non solo individuale, ma collettiva. E’ la risposta ad una storia di vita che è stata dipinta in modo da farne percepire la plausibilità. E’ una difesa che diventa maschera. In parallelo alla maschera che indossa Batman. E’ il lato in ombra della collina. Una polarità.

Ridi sempre, quando puoi, è una medicina gratuita. Lord Byron

La dott.ssa Manuella Crini pienamente consapevole che Arthur Fleck è un personaggio che non esiste nella realtà. Che non si fanno diagnosi basandosi su pochi elementi visti su un megaschermo, ma ritiene che Todd Phillips e Joaquin Phoenix abbiano caratterizzato un personaggio in modo così vivido e toccante, che era davvero un crimine non usare tutto questo materiale per sfiorare così tanti argomenti. Il disegno è di Riccardo Filimbaia. Per chi lo volesse su pelle, può contattarlo. 

Abbiamo sempre considerato la risata come qualcosa di contagiosamente bello. Capace di comunicare la gioia e farla sentire agli altri. Questo film smonta questa certezza. E ci fa riflettere su quanto sia fondamentale esprimere ciò che si sente, dandogli il giusto nome. 

benessere

Vivere in slow motion

C’era una lumaca che, pur accettando una  vita lenta, molto lenta, e tutta sussurri, voleva conoscere i motivi della lentezza. Luis Sepúlveda

snail-3705324_1920

Era li da sempre, solo che non l’avevo mai vista. E’ una piccola edicola con un disegno che si sta sbiadendo. Racconta la storia di due fratelli salvati dalle acque di un fiume da una donna bellissima. Credo sia incastrata nel cemento e nelle pietre da almeno 60 anni. Semplicemente, non l’ho mai notata. Passiamo di fretta davanti alla vita. La sfioriamo e non dinamo nemmeno ai nostri sensi il tempo di attivarsi, di registrare un evento. Corriamo oltre. Eppure insegno questo. Insegno ad esser lumache nel nostro tempo, a dar ascolto al nostro respiro, a provare a sentire quel battito che porta ossigeno ovunque, ad esser così accorti a quello che ci accade intorno da poter vivere la vita ora. Non ieri. Non domani. Ma farla collassare nel presente.

Camminiamo ogni sabato mattina. Chiacchieriamo, respiriamo, ci concentriamo sul presente. Quel piccolo percorso interiore che sto insegnando, ha avuto la meglio anche su di me. Ho imparato dopo quasi 100km ad esser lumaca sulla mia strada del ritorno.

E’ stato un momento di riscoperta di me, nel veder la mia fallacia dipinta. Ma possiamo esser imparare a esser lenti. A non andar sempre di corsa con il pensiero, perché le gambe possono anche andare, ma il pensiero deve rallentare, deve smettere di essere multipensiero, deve frenare all’improvviso e guardarsi intorno.

E’ solo un’edicola. Una piccola costruzione votiva. Ma chissà quante cose ci sfuggono, quel sopracciglio alzato del nostro interlocutore, quella persona che tenta con il suo sorriso di iniziare una conversazione con noi, quel piccolo dolore alla base del collo che sta urlando qualcosa. Ma il pensiero è più veloce delle gambe ed è già a cena. Tira il freno, respira, guardati intorno. Scopri la tua vita.

 

La dottoressa Manuella Crini collabora con il centro Be-Good e promuove camminate consapevoli ogni sabato mattina. Per info 01431431900

Senza categoria

Che cosa me ne faccio ora di tutta questa adrenalina?

Questa è adrenalina, Lindsey, la sentirai. Mission impossible III

È una parola che ha un bel suono, neurormone. Un qualcosa che nella sua infinita piccolezza regala sensazioni di paura mescolate ad una sensazione di euforia. Nelle situazioni di pericolo, quelle classiche, quelle per cui devo combattere o fuggire, questa catecolamina, o meglio, un esercito di catecolamine, fanno si che il corpo sia pronto. Questo si traduce in una maggiore irrorazione dei vasi sanguigni, dilata i bronchi, fa aumentare il battito cardiaco, rende ogni muscolo pronto all’azione. Mette in disparte tutte quelle funzioni che non sono necessarie nel processo di lotta o fuga. Come il sistema della riproduzione. Beh vi voglio vedere nel tentativo di copulare mentre siete in pericolo. Ma non sempre siamo in pericolo di vita. L’esercito parte anche in situazioni che non sono oggettivamente pericolose, ma sono mentalmente fonte di pericolo. Cioè la nostra personalissima valutazione dell’evento rende un qualcosa di non pericoloso, pauroso. Come un esame. Il cui risultato indirizza la nostra vita da una parte o dall’altra. E l’esercito di rende capaci di affrontate le sfide. Portano energia ovunque con un’azione mirata.

Ma poi tutto finisce. Il pericolo vero o potenziale o vissuto come tale, smette di sussistere. E nessun soldato si ritira nelle proprie stanze senza festeggiare. Così resta quella sensazione che si percepisce in ogni parte del corpo. Possono anche esserci tremori, sensazioni di defaticamento. E noi possiamo sederci e osservare il corpo che tende all’omeostasi assaporando ogni cambiamento che avviene dalla punta dei piedi fino a quella delle mani passando attraverso ogni cellula.

L’adrenalina è associata alla produzione di dopamina, che completa il quadro delle sensazioni di benessere accelerato che sentiamo. Ma non a tutti basta quella sensazione. L’effetto che provoca può creare una dipendenza per cui si continua a ricercare quella sensazione. Mettendo in atto comportamenti pericolosi o illeciti. Fino a mettere in pericolo la propria vita a volte.

Non è sempre immediato capire quando è presente una dipendenza da adrenalina. È una situazione caratterizzata dalla ricerca attraverso sport estremi o situazioni al limite. In cui le relazioni sociali sono le prime a soffrire. Una situazione che andrebbe in qualche modo sviscerata, per comprendere da dove nasce il bisogno.

E abbiamo aggiunto un altro importante organo al nostro corpo, in grado di completare come un puzzle ciò che siamo. Il surrene. Quel piccolo organo da cui la nostra epinefeina parte per tutte le battaglie. Il momento più bello per me, è la sensazione di ritorno a casa. La mia omeoatasi.

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di consulenze psicologiche.

#pensieriallacaffeina, benessere

che stress!

strictus. stretto. angusto. serrato.

IMG_2275

Che vita sarebbe senza lo stress? Non sarebbe vita. Siamo abituati a pensare che sia una patologia, qualcosa di cui liberarsi, qualcosa che di per sé sia dannoso e faccia male. Ma lo stress è quel qualche cosa che mette in moto l’organismo, che ci fa alzare dal divano e reagire. Un qualche evento esterno causa una reazione a catena di sostanze (le solite droghe a km 0) che mettono in moto l’organismo. Quella roba per cui riesci preparare un esame in una settimana e non dormi la notte per arrivare all’obiettivo, riesci a preparare una cena con 4 ingredienti in frigo, che Cracco spostati o vieni a cena che te la faccio vedere io.

Lo stress è il prodotto di un atto cognitivo. La valutazione. Daniel Goleman.

Allora perchè essere stressati fa così male? Perché non siamo fatti per essere sempre attivi e reattivi e in multitasking. Se prolunghiamo quello stato per un tempo lungo, le stesse sostanze come le catecolamine che ci davano la spinta per raggiungere traguardi, diventano veleno. Ci intossicano. Così tanto che il nostro ippocampo, quel piccolo centro nel cervello, si riduce piano piano, smette di formare nuove memorie. Il nostro sistema immunitario non funziona più al suo meglio. Ci ammaliamo. Non di stress, ma di raffreddori e  tutte quelle altre robe poco simpatiche che i virus trascinano con loro.

Quindi si parla di eustress quando lo stress non fa danno, anzi, ci fa funzionare bene e diretti allo scopo. Che cosa differenzia l’eustress dallo stress quello malvagio? Il modo in cui lo viviamo. Dal valore che stiamo dando a quello stimolo che abbiamo davanti. Valore che a sua volta dipende da chi siamo noi, dalla nostra storia di vita e dal nostro passato. Imparare a gestire lo stress, a modulare gli eventi esterni, la nostra risposta, beh, quello si che è un buon modo di cercare il benessere.

Come fare? Ci sono molti modi, A me piace molto accostare strategie di ridefinizione degli obiettivi a tecniche di rilassamento, in modo da essere allenata ad affrontare le sfide.Le tecniche di rilassamento, figlie di discipline orientali e studi, sono un buon modo per rifocalizzarsi sul sé e riorganizzare gli obiettivi permette di avere una strategia cui ancorarsi evitando le insidie della nostra società, ansia e stress (quello cattivo).

La dott.ssa Manuella Crini collabora con  Be-good Wellness Academy per promuovere il benessere in un’ottica integrata che consideri anche il soma.

#pensieriallacaffeina

la dissonanza cognitiva, quel qualcosa che stride da qualche parte nel tuo cervello o nel tuo corpo #pensieriallacaffeina

When there is a range of opinion in the group, communications tend to be directed towards those members whose opinions are at the extremes of the range.                      Leon Festinger.

IMG_1890

E’ una sensazione che trovo difficile spiegare con le parole, proprio perché è sensazione e usa un canale diverso, senza grammatica ma con una sintassi decisa che sa andare al punto. Qualcosa fa “crick” dentro di me. Stona. Ecco, una nota che non si accorda con la sinfonia, che non la rende più interessante, è da togliere. A noi (inteso come esseri umani) piace tantissimo la coerenza (si lo so, dici una cosa e ne fai un’altra, ma questo è un discorso più complesso e mi serve uno di quei caffè lunghi per parlarne con la dovuta calma). Quando qualcosa tenta di cambiare la nostra coerenza su un pensiero, un’idea o una convinzione, quel qualcosa ci provoca uno stato di malessere, quel qualcosa che non va di cui sopra. E’ una dissonanza cognitiva. Dobbiamo porre rimedio al fastidio, a noi piace la calma (anche per questo caffè lungo), ci piace quella sensazione di equilibrio omeostatico cui tendiamo sempre senza rendercene conto.

Riequilibrarci e togliere quella sensazione fastidiosa di qualcosa che stona, passa attraverso processi diversi, posso cambiare il mio pensiero iniziale (tengo la nota e cambio la sinfonia intorno), posso fortificare il mio pensiero iniziale rendendolo impenetrabile rispetto a quando mi causa fastidio (alzo il volume intono a quella nota, e non la sento più), cerco di avvicinare le due cose, trovando  un punto di equilibrio (modifico la sinfonia e un po’ quella nota in modo che suoni tutto un po’ meglio).

Ignorando le mie metafore musicali, non esiste la modalità corretta per spegnere la sensazione di stridore. Tutto dipende da talmente tanti fattori che la risposta esatta, porti a casa tutto il premio, non esiste. Ma per fortuna esiste la dissonanza che ci sposta dal punto di equilibrio e ci permette di far qualcosa di simile che facciamo molte volte al giorno perdendo l’equilibrio per trovarne uno nuovo, camminare.

Sfruttiamo quella sensazione, svisceriamola, se non ci si riesce da soli perché la matassa è più simile alle lucine di Natale poco prima di metterle sull’albero, beh, io e i miei colleghi abbiamo anche questa funzione. Sviscerare. E far si che una brutta sensazione si trasformi come il bruco in farfalla.

Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo.
Massimo Gramellini.

Altre metafore, non ne ho.

La dottoressa Manuella Crini svolge i colloqui di counselling psicologico presso il suo studio, in Corso Borsalino 13, Alessandria.

 

Senza categoria

Tempus fugit

La realtà si forma soltanto nella memoria. Marcel Proust.

Il tempo fluisce più lentamente dove il potere gravitazionale è maggiore. Tempo e spazio sembrano due concetti così distinti che quando dobbiamo valutare le capacità di orientamento spazio temporale poniamo due domande diverse. Siamo obsoleti. Usiamo un concetto di tempo ormai superato ma essendo romantici nostalgici continuiamo a misurarlo frammentandolo in parti sempre più piccole. Fregandocene dei selfie dei buchi neri.

Ma tempo, spazio e onde gravitazionali, se tutte insieme mi fanno girare la testa, sono concetti enormi, che si spingono dalla creazione della vita, della Terra, inizio e inevitabile fine. C’è anche chi dice che il tempo non esista. Eppure impieghiamo tutti mezzo secondo per diventar consapevoli di quanto ci sta accadendo. E non parlo di Eventi, quelli con la E maiuscola (nel caso fosse sfuggita, l’avevo messa), ma di normali percezioni. Vedo il mare, o meglio, i miei neuroni vengono stimolati, elaboro informazioni, e alla fine vado a bussar alla porta della coscienza. L’ultima. Hei tu, guarda un po’! Il mare! È come se vivessimo continuamente in differita. Quello scatto che ci fa vivere in differita, è tempo. Quindi mi sa che il tempo esiste.

Non sempre lo percepiamo allo stesso modo. Ogni tanto scivola (a me scivola dalla prima liceo circa e devo ancora capire il perché), ogni tanto si dilata tantissimo e sembra non passare mai. Questo perché c’è un collegamento con i centri limbici, quelli delle emozioni (si lo so, sempre loro, ma se ci togliessimo le emozioni, ma che ve lo dico a fare? Non ci saremmo evoluti fino a questo punto). Esiste anche un collegamento con i centri dopaminergici della substantia nigra, infatti il senso del tempo viene completamente alterato nelle patologie degenerative come il Parkinson. A partire da alcuni studi, effettuati sui topi, si è proprio dimostrato come manipolando l’attivazione neuronale il senso del tempo cambiasse. Ovviamente ai topi non si può somministrare un questionario self report sulla piacevolezza dell’esperienza vissuta in laboratorio e sulla percezione della durata della stessa, ma vengono adeguatamente addestrati con il cibo per capire la loro valutazione del tempo. Certo è, che se parlassero, renderebbero più facile il lavoro.

Quindi torniamo al fatto che probabilmente il tempo esiste. Lo percepiamo. Lo elaboriamo. Abbiamo neuroni che lo fanno percepire in modo diverso. Probabilmente il tempo soggettivo e quello cosmologico spazio-tempo legato alle correnti gravitazionali che supererò, sono legati in qualche modo. Ma il primo è materia di psicologi, neuroscienziati e comuni esseri umani che sanno benissimo che quando si sta bene il tempo vola. Il secondo lo lasciamo ai fisici, ai fisici quantistici.

il tempo è una questione che mi riguarda da vicino. Il tempo speso per formarmi nel mio lavoro, il tempo dedicato alla famiglia, quello a me. Sono passate tre settimane dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa. Perché predico bene e volte razzolo male, e ho preso tempo per me, come dico spesso di fare. In barba ad Einstein. Prendi tempo per te. Ma tempo buono, quello che scorre, quello che scivola senza guardare orologio o smartphone.

O troveremo la via, o la costruiremo.                                                                                    Annibale.

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di persone e di benessere, e come mi ha fatto notare un Grande Uomo e Professore, ama occuparsi delle persone e prendersi cura di loro

 

psicoforense

dal ci eravamo tanto amati al sul webbe ci siamo vendicati. Il revenge Porn.

Il 23% delle donne intervistate ha dichiarato di esser stata minacciata sul web almeno una volta.  Il 39% ha ridotto la presenza sui social o si autocensura.            Amnesty International

ladybugs-2206962_1920

Revenge Porn è una di quelle parole che entra nell’uso comune, che fa pensare alla condivisione in rete di foto intime da parte di una persona che si è voluta vendicare di un rapporto finito male. Nel senso più ampio ricade anche la minaccia di pubblicazione, può essere presente o meno un ricatto. La foto può essere stata scattata con il consenso o di nascosto. Può anche essere fornita, in vivo o in remoto.  

La cronaca ha fatto il suo sporco dovere facendoci conoscere i volti delle donne che a causa del revenge porn si sono tolte la vita. E poi ci sono i casi meno noti, quelli che circolano attraverso chat, ma non così popolari da calcare l’onda dei telegiornali. Ciò non vuol dire che le vittime non abbiano pagato le loro conseguenze in costi sociali e psicologici. Non ti viene in mente nessuno? Non ti è capitato di vedere o di sentir parlare del video di quella ragazzina che ha fatto sesso orale con uno appena conosciuto in discoteca ed era ubriaca? O di quello che ha mandato la foto del suo gingillo sperando di far colpo e la ragazza di turno ne ha riso al bar con le amiche? Beh. Se non ti è mai capitato, credo tu sia fortunato. O vivi in una realtà ancora pulita o sei molto ingenuo (in senso buono) e queste cose non entrano nel tuo repertorio di questioni cui posare la tua attenzione. I numeri in questo caso parlano poco, perché molte vittime di questa violenza meno fisica, non sporgono denuncia. 

Ho tentato un piccolo esperimento social prima che la Camera dei Deputati approvasse la  modifica del codice penale con l’inserimento del revenge porn. Non ha la valenza di una ricerca scientifica, ovviamente, ma mi serviva per comprendere il pensiero ingenuo (in seno buono, ingenuo è una parola meravigliosa, che mi ricorda i quadri naïf appesi in salotto). Nella semplicità della mia domanda, chiedevo che cosa avrei dovuto fare se qualcuno avesse fatto circolare mie foto nuda. Le risposte sono state variopinte. La cosa che più mi ha turbata sono state le richieste della foto stessa. Cioè mi fermerei a questo punto. Io ragazza ingenua (nel senso buono) condivido una mia foto o lascio che la persona con cui condivido il mio corpo, ne scatti una. Mi fido. Io ne farei uso privato e mi aspetto che l’altra persona si comporti nel mio stesso modo. Lui la rende pubblica. In me si scatenano una tempesta di sentimenti e di emozioni, sono disperata. Chiunque, comprese le persone con cui lavoro possono vedere il mio corpo nudo. Chiedo aiuto. E tu mi chiedi la foto? Il primo pensiero è stato che se nessuno avesse interesse a guardar la persona alla gogna, la gogna sparirebbe. Il revenge porn trova un terreno fertile nella natura umana. Scadenfreude. Rilasciamo dopamina. L’ormone della gratificazione. Innanzitutto non è toccato a noi e questo ci da un certo sollievo. Se poi la persona in questione ci sta pure un po’ antipatica, ne traiamo un maggior piacere. In più si tratta di  materiale erotico, e il materiale erotico, piace. 

Le altre risposte si possono macrocategorizzare in due tendenze: la prima tendenza suggerisce di rivolgersi a qualcuno per far una denuncia, mentre l’altra tendenza, se da un lato spingerebbe la persona a far denuncia, dall’altro l’accuserebbe di ingenuità (in senso cattivo questa volta) perché te la sei cercata. E’ un’altra fetta di opinioni popolari che mi spaventa. Perchè il confine tra lo stupro fisico e l’abuso psicologico, sebbene sia marcato dalla presenza di un corpo, è un qualcosa che non è così netto. Se fai male alla mia psiche, fai male anche al mio corpo. E potremmo parlar per ore di psicosomatica o di psiconeuroendocrinoimmunologia, ma credo che sia chiaro a chiunque che un’abuso psicologico faccia male. Fa vivere male. Devasta. Non meno di quello fisico. E dire alla vittima che se l’è cercata, non facilita il percorso di elaborazione di quanto accaduto.

Fingiamo di essere la malcapitata. O il malcapitato. La persona insomma. Quella che si trova su tutti i social ogni canzone mi parla di te e tutti sanno dove stanno i miei nei che di solito sono sotto l’elastico delle mutande (chiariamo anche a te lettore della gogna, che non verranno diffuse foto mie con i nei a vista, per cui, non insistere dopo che avrai  letto questa roba a chiederemo o a dire “peccato”), sarebbe utile una risposta da parte della società nei confronti di chi ha agito in modo scorretto, e sarebbe utile si facesse attraverso un percorso di denuncia che porterebbe a valutare se sussista o  meno un reato.

Il pensiero contenuto nelle righe precedenti è stato scritto prima del 2 aprile, una data che segna un passaggio importante, anche se attendiamo che il Senato ne dia approvazione. Innanzitutto il reato verrebbe collocato all’interno della Sezione dei diritti contro la libertà morale, anche se ricadrebbe anche all’interno di diverse offese. La punizione è per coloro non che detengono il materiale, ma che ne fanno un uso non consentito dalla persona che ha ceduto il suo “materiale” a contenuto sessuale. Le foto o i video insomma. Senza addentrarmi oltre nelle questioni più di natura giuridica, il problema resta sempre quello legato al consenso tacito, e al contenuto sessuale delle immagini (un’anticchia che appare dalla mutande abbassata, è un contenuto sessuale o non lo è?), ma a mio parere, il problema più grande è tutto quello che sta dietro a questo reato.

Cosa ci spinge (cioè non tutti per fortuna) a far del male in questo modo ad una persona che si fidava tanto e ingenuamente di noi? Perché le persone intorno invece che provare schifo e vergogna per un gesto simile, fomentano il tutto? Intervengono nella risposta sempre fattori individuali e di personalità, che difficilmente si scartano da quelli del contesto sociale e relazionale in cui siamo immersi. Serve una buona educazione che integri e non demonizzi tutte le nuove tecnologie. Che dia responsabilità e consapevolezza. Penso sia la tutela più grande.

La dott.ssa Manuella Crini è psicologa giuridico-forense e si occupa di consulenze di parte.