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L’importanza di vomitare

Il corpo si libera di quello che potrebbe nella sua tossicità ucciderlo. È un ruolo importante è giocato dal midollo allungato. Il sistema nervoso, ha sempre un ruolo. Quasi. Ma a me piace pensare che ne abbia sempre uno.

Prima di vomitare, si sta male. Dopo, si inizia a star meglio. Vomitare pensieri è cosa diversa. Tirar fuori tutto quello che dentro può diventar tossico o pericoloso, può in apparenza far sembrar pericoloso anche quello che sta dentro, una volta tirato fuori. E allora teniamo tutto dentro, temendo che una volta tirati fuori i nostri mostri, possano aver vita propria e distruggere il nostro mondo intorno. Ma fuori da noi, i mostri non sopravvivono. Riusciamo a vederli. A capire che forma abbiano. Come tutti i mostri, fuori dal letto, non sono così spaventosi come quando sono nascosti sotto.

Non sempre è facile vomitare i pensieri. Non sempre il luogo e il tempo in cui ci si trova sono spazi adatti. Ma dentro crescono. Si nutrono e si ingarbugliano. Creano crepe. Arrivano fino alla punta delle dita.

Fanno battere il cuore e accorciano il fiato.

Un punto che sembra morto. Come se il punto potesse morire. Ma dopo il punto c’è uno spazio bianco. In cui si può iniziare a scrivere al Mostro che non si riesce a vomitare. Guardarlo un po’ in faccia. Vomitare parole dopo il punto. Che non è morto. È solo una pausa un respiro.

Forse dopo aver vomitato servirà stare fermi un po’. Ascoltare di nuovo il corpo. Dopo aver vomitato i pensieri forse servirà star fermi un po’. Ascoltare di nuovo la mente. Con tutto il tumulto di emozioni che tira fuori. Ascoltarle. Viverle. Lasciarle andare.

Auguri Richy.

#pensieriallacaffeina

La solitudine del carbonio #pensieriallacaffeina

Il carbonio può essere matita o può essere diamante. Può creare tantissimi legami. E parrebbe alla base della vita sulla terra. Ma per fare tutto questo il carbonio è capace prima di tutto di legarsi con sé stesso. Come a dire che sta bene anche da solo. Che sa amarsi Che sa prenderei cura prima di sé. E poi degli altri. Dovremmo tutti imparare dal carbonio.

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La solitudine ha molte facce. C’è la solitudine voluta e cercata, c’è quella creata dal vuoto intorno e c’è quella in cui ci si sente soli con qualcuno accanto. La solitudine ha un’accezione negativa. Nel parlar comune. Come se ci si realizzasse solo nel condividere con altri essere umani e si fosse in qualche modo non completi se soli. Fromm sosteneva che la solitudine ingenerasse in alcuni sentimenti di colpa e angoscia, tali per cui si tentasse di fuggirla in ogni modo. Ma è una delle battaglie più difficili da vincere, imparare a star soli con sé stessi, la persona che in assoluto con il suo giudizio è capace di metterci in crisi. Quella che vedi nello specchio.

Star da soli con sé stessi è un mettersi a confronto con le proprie paure, con i propri pensieri, è un tentativo di vedere se davvero si riesce. E questo in parte dipende dal quello che Bolby definiva “stile di attaccamento“, cioè quel particolare legame che si instaura con la figura di accudimento, di solito la mamma, nei primissimi anni di vita del bambino. Se questa relazione è stata sicura e ha creato una buona fiducia in sé stessi, la persona impara muoversi nel suo ambienta di vita in modo autonomo, senza temere la solitudine o la perdita di legami. Questo non vuol dire che non avrà amici o che non cercherà qualcuno con cui invecchiare, ma semplicemente che sa star anche solo, che alla base per poter star bene anche con gli altri.

Tante coppie non si lasciano per paura della solitudine. E allora si invecchia prendendo le distanze all’interno della stessa casa, e per paradosso, si invecchia soli anche se in due. Ci si riempie di rapporti vuoti, senza radici, senza storia, solo per non sentire il rimbombo dei pensieri, quella famosa vocina interiore, che lo sappiamo, ogni tanto ci parla, anche se non sempre usa le parole ma oltre volte le sensazioni. E siamo anche molto abili ad esser meno soli  e molto impegnati, creando una rete di amicizie virtuali o di contatti da seguire nelle loro storie, che non abbiamo più tempo per ascoltarci e capire chi siamo e cosa vogliamo.

Impariamo a vedere la solitudine come un prezioso momento per delineare i nostri confini, per conoscerci a fondo, anche per accettare che nei nostri confini ci siano dei limiti, dei difetti, che non sempre si potranno cambiare, ma si possono accettare. Stando bene con noi, legandoci a noi stessi come fa il carbonio, sarà più semplice legarci agli altri in modo sano. Non dipendere da qualcuno, sia esso amico o amante (amante in generale, può anche essere un marito), permette di respirare quel senso di libertà che fa si che si continui ad essere sé stessi anche in due. E’ la libertà di dire “no”. E’ la libertà di dire la propria opinione e di ritagliare la propria vita nel modo in cui si vuole.

I soli sono individui strani
con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi
non si sa bene cosa sono
forse ribelli forse disertori
nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.
Giorgio Gaber

Un regalo per te, una pizza, un cinema, una passeggiata lungo il mare. Una vacanza, un’avventura, uno spazio che sia solo tuo. Non sono facili da realizzare. A quante scuse hai già pensato? Non ho tempo, ma sai che vergogna, magari prossima settimana, fino ad arrivare a dirsi che tanto a me la pizza non piace.

 

 

La dott.ssa Manuella Crini nella pratica clinica, attraverso percorsi di consulenza psicologica, promuove e sostiene percorsi per star bene con sé stessi