#pensieriallacaffeina

la dissonanza cognitiva, quel qualcosa che stride da qualche parte nel tuo cervello o nel tuo corpo #pensieriallacaffeina

When there is a range of opinion in the group, communications tend to be directed towards those members whose opinions are at the extremes of the range.                      Leon Festinger.

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E’ una sensazione che trovo difficile spiegare con le parole, proprio perché è sensazione e usa un canale diverso, senza grammatica ma con una sintassi decisa che sa andare al punto. Qualcosa fa “crick” dentro di me. Stona. Ecco, una nota che non si accorda con la sinfonia, che non la rende più interessante, è da togliere. A noi (inteso come esseri umani) piace tantissimo la coerenza (si lo so, dici una cosa e ne fai un’altra, ma questo è un discorso più complesso e mi serve uno di quei caffè lunghi per parlarne con la dovuta calma). Quando qualcosa tenta di cambiare la nostra coerenza su un pensiero, un’idea o una convinzione, quel qualcosa ci provoca uno stato di malessere, quel qualcosa che non va di cui sopra. E’ una dissonanza cognitiva. Dobbiamo porre rimedio al fastidio, a noi piace la calma (anche per questo caffè lungo), ci piace quella sensazione di equilibrio omeostatico cui tendiamo sempre senza rendercene conto.

Riequilibrarci e togliere quella sensazione fastidiosa di qualcosa che stona, passa attraverso processi diversi, posso cambiare il mio pensiero iniziale (tengo la nota e cambio la sinfonia intorno), posso fortificare il mio pensiero iniziale rendendolo impenetrabile rispetto a quando mi causa fastidio (alzo il volume intono a quella nota, e non la sento più), cerco di avvicinare le due cose, trovando  un punto di equilibrio (modifico la sinfonia e un po’ quella nota in modo che suoni tutto un po’ meglio).

Ignorando le mie metafore musicali, non esiste la modalità corretta per spegnere la sensazione di stridore. Tutto dipende da talmente tanti fattori che la risposta esatta, porti a casa tutto il premio, non esiste. Ma per fortuna esiste la dissonanza che ci sposta dal punto di equilibrio e ci permette di far qualcosa di simile che facciamo molte volte al giorno perdendo l’equilibrio per trovarne uno nuovo, camminare.

Sfruttiamo quella sensazione, svisceriamola, se non ci si riesce da soli perché la matassa è più simile alle lucine di Natale poco prima di metterle sull’albero, beh, io e i miei colleghi abbiamo anche questa funzione. Sviscerare. E far si che una brutta sensazione si trasformi come il bruco in farfalla.

Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo.
Massimo Gramellini.

Altre metafore, non ne ho.

La dottoressa Manuella Crini svolge i colloqui di counselling psicologico presso il suo studio, in Corso Borsalino 13, Alessandria.

 

Difficoltà psichiche

Ba Ba Baciami piccina con la bo bo bocca piccolina. Anzi, no.

Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato: se mi bacia, muoio.
Stefano Benni.

La bocca è fatta per mangiare, per respirare, per parlare, per mordere, ma non per baciare. Il bacio lo abbiamo inventato noi, non ha carattere universale e nemmeno umano. Alcune popolazioni native americane hanno scoperto il bacio solo dopo la colonizzazione europea. E’ quindi molto probabilmente una pratica inventata e diffusasi tardi nella nostra storia, anche se ci sono testimonianze in sanscrito, datate a 3500 anni fa, che descrivono il bacio come il respiro reciproco della propria anima.  E’ più tipica delle società stratificate, forse quelle che hanno il tempo da dedicare all’erotizzazione, ed è nata in quelle società che già davano importanza all’igiene orale (hai presente quanti batteri ci si scambi con la saliva?) e alla dimostrazione pubblica di affetto (e magari anche di “appartenenza”). Si, non è proprio un preludio romantico, ma questo è. Alcune popolazioni schifano il bacio. Altre lo adorano. Il bacio, oltre ad avere potenti effetti grazie allo scambio di germi di cui sopra, ha anche un potere fantastico che coinvolge il rilascio di serotonina che sappiamo ormai essere legata alla sensazione di benessere, e fa star bene. Chi non vorrebbe un bacio sotto alle stelle? Abitanti di Tonga a parte.

Chi ha paura di baciare. Ecco chi. Tonga sempre a parte. La fobia è una reazione angosciosa immotivata, ovvero scatenata da stimoli che non sono pericolosi. Chi ha paura di finire sotto al tram, attraversando le strisce pedonali a semaforo rosso e a mezzo in avvicinamento, ha una paura sana e motivata, che lo farà scappare prima di diventare un tutt’uno con le rotaie. Chi ha paura di qualcosa non oggettivamente pericoloso e specifico, ha una reazione patologica, che lo porta a evitare attivamente quello stimolo o a viverlo con una profonda ansia e tutto il correlato fisiologico che di conseguenza si attiva. Chi ha paura del bacio, lo evita. Il bacio ha una forte valenza emotiva e sentimentale nella nostra società, ha un forte legame con la sessualità e con la vicinanza emotiva. La mia generazione ricorda benissimo il bacio tra Richard Gere e Giulia Roberts in Pretty Woman, bacio che ha superato quel confine tra essere persone con una relazione sessuale ad essere innamorati. Chi soffre di filofobia, ovvero timore di innamorarsi, sarà ritroso anche nel bacio, proprio per la valenza affettiva che si trascina con se. C’è chi ha paura di un bacio per questioni legate all’igiene, per il timore di contrarre malattie. Questo timore non si lega solo al bacio, ma in generale si riscontrerà un’eccessiva attenzione a tutte le pratiche igieniche. Oppure si smette di baciare il partner perché l’intimità di coppia si è rotta, o comunque crepata. O caduta nella rovinosa abitudine.

Ora aggrappati al mio braccio, Tieniti forte. Visiteremo luoghi oscuri, ma io credo di sapere la strada. Tu bada solo a non lasciarmi il braccio. E se dovessi baciarti nel buio, non sarà niente di grave: è solo perché tu sei il mio amore.
Stephen King.

Perché si ha paura di baciare? Siamo esseri talmente complessi che non esiste una spiegazioni univoca del fenomeno ma è tutto riportabile alla storia di vita di ciascuno e al quadro più ampio che coinvolge affettività e controllo.

Si guarisce dalla paura del bacio? E’ una patologia come molte. Alla sera invece di contare le pecorelle, conto le innumerevoli forme che le fobie possono assumere. Hanno sfumature fantastiche, ma sono trattabili. Il primo passo è riconoscerle. Evito quello stimolo? Quando non posso evitarlo, cosa provo? Ansia? batticuore? Come sta la mia respirazione? Che sensazione soggettiva sto provando? Il secondo è rivolgersi ad uno specialista.

Tempo fa tenni una lezione alla facoltà di Biologia, spiegando i riti di corteggiamento umani e parlai di bacio. Chiesi ad alcuni utenti di Twitter di raccontare il loro primo bacio

@chiorder seconda media all’uscita da scuola, Uno schifo indicibile! Dopo ho mollato il fidanzato.

@macosinonVale su una panchina al parco. Sentivo sarebbe successo da lì a poco e ho sentito come un nodo nello stomaco che si scioglieva.

@terricenum Asilo. 4 anni. Le ho dato la mia pasta mensa, poi la baciai. La suora  mi rimproverò lei non mi parlo più.

@paolopak Il primo! Disastroso! La notte di San Lorenzo guardando il cielo a Montenero

@wannabebaol il punto numero 8 di questa vecchia cosa lunga, del blog, descrive il mio primo bacio (link al blog nel nome)

E il tuo primo bacio?

La dott.ssa Manuella Crini è psicologia clinica e giuridico-forense. Si occupa di tutto quello che riguarda il benessere. E il bacio è anche benessere!

benessere

“Di dieci cose fatte, te n’è riuscita mezza, li dove c’è uno strappo, non metti mai una pezza” e di altri modi per non star nel presente

Tornerò alle origini, torno a te che sei per me, l’essenziale.

Marco Mengoni.

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Il passato e il futuro convergono nel presente. È l’unica dimensione in cui viviamo, ma il passato interferisce, a volte intrappolandoci, con conseguenze sullo sviluppare stati depressivi, mentre vivere rilanciati nel futuro può incastrarci in pensieri ansiosi. Il presente è l’unico tempo che viviamo. Ma spesso non lo viviamo. A tal punto che dimentichiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina. Perché attiviamo processi automatici che non richiedono la presenza di consapevolezza. Ma questa mancanza di consapevolezza ci fa perdere occasioni e informazioni importanti, ci può portare a quello che consideriamo una naturale distrazione ma che ci fa mettere a rischio i rapporti e la nostra sicurezza. Sviluppare la capacità di essere più consapevoli ci fa vivere meglio, abbandonando stress e ansia.

In che modo posso essere più consapevole? Come posso essere presente e attivo nel mio presente? Allenando quella parte sensoriale della nostra comprensione, che ti tiene ancorati a quello che ci sta accadendo intorno.

Ogni persona può sperimentale esperienza del tempo presente. È un’abilità di base, una dotazione che ci viene data alla nascita e si sviluppa nel tempo, ma che abbiamo un po’ messo da parte, assorbiti completamente dalla percezione del tempo come qualcosa di reale, come se potesse esser fattibile rivivere nel passato (non rivivere il passato) e proiettarci nel futuro.

Aumentare la consapevolezza, diminuisce lo stress, allontana dal passato e dal futuro, allontanando pensieri depressivi e ansiogeni. Vivere contemporaneamente mettendo in atto automatismi e mandando mail e rispondendo ai quesiti sulla vita che ci pongono figli, amici  e compagni, cerando di ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi della macchina, ci costa. Ci costa in termini energetici. Perché noi abbiamo una dose di energia cognitiva e la disperdiamo spostandoci continuamente da un compito all’altro, da una soluzione da trovare ad un problema da creare. Ci costa perché produciamo un sacco di cortisolo (che in dosi elevate, non fa proprio bene) ma non ce ne accorgiamo perché ci sentiamo soddisfatti, grazie alla dopamica che maschera con la sua sensazione di gratificazione, lo stress cui ci sottoponiamo.

Il corpo è fisso nel presente ma la mente vaga spesso in quanto è accaduto in precedenza, incastrandosi nei pensieri controfattuali del “come sarebbe andata se”. Siamo attaccati al giudizio. Oppure proiettiamo tutto nel futuro e immaginiamo cosa può accadere di disastroso o difficile da affrontare, e questo crea ansia. Lasciamo il nostro corpo in un posto e andiamo altrove. E in quell’altrove incastriamo il corpo in un stato di malessere.

La depressione sta diventando una malattia che nel tempo è destinata a superare le altre nel corso degli anni in termininumerici. Eppure siamo più ricchi. Eppure abbiamo più cose, ma non abbiamo quello che ci serve per esser felici. O quantomeno, per provare benessere. Perché tutto quello cui siamo sottoposti aumenta lo stress. E lo stress, sebbene non sia una malattia, se protratto ha effetti dannosi sul nostro cervello. E siamo così abituati a stressarci, che lo facciamo costantemente.

Siamo infelici perché ci distraiamo mentre facciamo qualcosa. Non siamo presenti in quello che stiamo facendo. Tutta colpa dei social network. No. Non proprio. Colpa nostra che non riusciamo a stare nel presente, che ci proiettiamo su quello che dobbiamo far poco dopo, che non stiamo nel flusso, che mettiamo troppe cose nel presente.

Spesso siamo anche noi ad aumentare il nostro dolore e la nostra sofferenza con l’ipersensibilità e l’iperreattività verso cose da nulla, e talvolta prendendo le cose troppo personalmente.

Dalai Lama.

Fermati. Respira (e spero tu lo faccia bene). Stacca tutto. Cosa sta accadendo intorno a te? Che odori senti? Che rumori? Cosa stai vedendo?

La dott.ssa Manuella Crini opera nel campo del benessere, fornendo consulenze volte ad identificare cosa ci fa star male e trovare soluzioni adatte a migliorare la qualità della vita.

benessere

chissà dove sto andando quando corro

Correre è lo spazio aperto dove vanno a giocare i pensieri.
Mark Rowlands.

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Ho scoperto quanto mi stiano bene le scarpe da corsa ai piedi, per caso. Ma sebbene creda al caso, non penso sia stata casuale la scoperta. Dove i pensieri si fanno complessi e difficili da tradurre, il corpo semplifica tutto con richieste più semplici, che ci fanno star meglio. Non hai capito  nulla di quanto hai letto e capisco, sono i pensieri complicati di cui sopra che spiegherei in modo molto semplice portandoti a correre con me. Ho preso confidenza con i chilometri e con il buio e con il freddo, lentamente, sono stata giorni a lamentarmi dei dolori alle gambe ma giorno dopo giorno, la corsa è diventata parte di me. Ho amato la corsa come si ama qualcosa che ti accorgi che mancava nella tua vita. Nella corsa, ho sempre ascoltato il mio corpo. Ho rallentato quando me lo chiedeva, ho accelerato quando volevo provare i mie limiti. Ma dove vado quando sto correndo? Apparentemente da nessuna parte. Parto con il mio bagaglio di pensieri, a volte di stanchezza, alzo la musica e vado. Sto andando a sentirmi  meglio, e lo sto facendo portando insieme a me molte persone, i loro pensieri, i miei problemi, perché nemmeno io sono immune. Vado a sbrogliare una matassa. E il pensiero corre con me, e sbroglia più matasse di quelle che sbroglierei stando sulla poltrona con i miei appunti. Questo perché nel mio corpo succedono le magie mentre corro. I topi che corrono riescono a combattere le neurotossine che provocherebbero un deterioramento cerebrale (e questo apre le piste ai trattamenti di tutti quei sistemi che vanno incontro ad una degenerazione dei sistemi dopaminergici, come il Parkinson), perché durante l’allenamento (anche i topini nel loro piccolo si allenano) accade qualcosa per cui le neurotossine non hanno più nessun effetto inibitore sulla dopamina che continua a far il suo sporco lavoro in barba al tentativo di degenerazione.  L’allenamento aerobico funziona come il Prozac, facendo si che nel corpo circoli più serotonina. E la serotonina, nel giusto equilibrio, è alla base dello star bene. Inoltre la corsa fa bene anche all’ippocampo.  E non parlo del cavalluccio marino, ma di una di una piccola struttura cerebrale che ha il ruolo delicato di lavorare con la memoria. La corsa stimola la produzione di cellule staminali. E immaginate che accade ad una struttura deputata alla memoria che si rigenera e funziona come quando eravamo giovani. Più giovani. Non ho detto che sei vecchio, solo che sei più vecchio di quando eri più giovane.  La corsa fa rilasciare anche endorfine, che contribuiscono alla sensazione di benessere. Correre fa invertire il processo di invecchiamento. Va contro quanto scritto nei geni impigriti e aumenta la plasticità, delle connessioni e del pensiero. Serve tempo per ottenere questi benefici, ma nel tempo in cui la zucca si trasforma in carrozza, il mio cervello è vivo e attivo più di un lattobacillo dello yogurt, e mi permette di soluzione tantissime cose.

Ho sempre saputo che il movimento facesse bene, mens sana in corpore sano, così come ho sempre (sempre no, lo sapevo quando ero bambina in realtà, poi crescendo l’ho scordato e poi leggere Damasio me lo ha fatto ricordare) che siamo una cosa sola, che la mente e il corpo sono talmente interdipendenti che i confini tra loro sono sfumati. Credo sia stato quello il caso con cui ho scoperto la corsa. La sensazione di  troppi pensieri da mettere in ordine e la spinta a riequilibrare i miei umori (Ippocrate, scusami, ma la tua influenza nonostante più di 2000 anni, ancora si fa sentire), credo sia stato questo il mio motore. Come se il mio corpo ricordasse, per via di qualche memoria somatica, come si sentiva dopo una corsa e avesse giocato a mandarmi segnali inconsci alla coscienza, finche una mattina ho ceduto e ho detto: “vado”.

Quante cose mi porto dietro quando corro. Mi sembra di uscire nuda. Mi sembra di uscire leggera. In realtà parto appesantita da tutti i pensieri che si attorcigliano nella testa. Ma torno a casa leggera. Torno a casa felice. Torno a casa stanca. Torno a casa con una matassa di pensieri sbrogliati perché tutto quello che il mio corpo ha prodotto è una buona base non solo per sentirmi meglio, ma è funzionale anche al ragionamento, e riesco ad affrontare meglio tutto.

Ho imparato molte cose correndo. Conosco meglio il mio battito cardiaco, conosco il momento in cui il mio corpo sta cambiando e io inizio a sorridere guardando tutto quello che ho intorno, che sia neve pioggia, sole, fiori, mare, città. Ho conosciuto la pazienza. Ho conosciuto il gusto di un piccolo traguardo, so di  me come mi comporto quando lo vedo vicino, perché conosco la mia risposta.

Correre un’ora al giorno, e garantirmi così un intervallo di silenzio tutto mio, è indispensabile alla mia salute mentale.
Haruki Murakami.

Correre fa stare  meglio. Indipendentemente dalla durata e dall’intensità dell’allenamento, ci sono effetti benefici importanti. Nel tempo anche questa modalità naturale di autoproduzione di sostanze benefiche dà assuefazione, cioè nel tempo gli effetti benefici si sentono meno. Ma usando lo straordinario potere della mente possiamo , attraverso le attese, spostando il focus dell’attenzione tra interno (il respiro, il battito) e esterno (musica, panorama), ridare vita a quella sensazione che altro no è che una questione soggettiva e individuale.

Correre non piace a tutti. E questo fa parte della estrema variabilità che caratterizza la razza umana. Lo star bene che io sento durante e dopo la corsa, non sarà mai lo stesso sentire di qualcun altro. Quello che accade a livello cerebrale, sarà simile. Quindi prova. Senza sapere dove stai andando. Lo scoprirai nel movimento. Ci saranno volte in cui vorrai andare lontano da te il più possibile, altre in cui correrai per raggiungerti. Ho imparato anche a chiedermi questo quando chiudo la porta di casa: “dove vado oggi?” e la risposta non è mai solo il luogo che attraverso correndo.

(Oggi sono andata nella primavera. Ho lasciato indietro una brutta sensazione che da giorni mi stava appiccicata, ed è accaduto alla seconda curva, ad un certo punto non c’era più. Ricordo di essere andata un giorno a cercare le rane, perché con i loro rumori tranquillizzano il mio respiro. E tante volte vado dove posso esprimere tutte le mie emozioni, lasciandole uscire, accogliendole, rispettandole. Chissà tu dove andrai)

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di promozione del benessere psicologico, che passa attraverso la mente, ma anche attraverso il corpo.

Pensieri su giornate speciali

Chiedimi se sono felice

I sorrisi sono probabilmente le espressioni facciali più sottovalutate, molto più complessi di quanto la maggior parte della gente pensi. Esistono dozzine di sorrisi, ognuno diverso dall’altro, nell’apparenza e nel messaggio che esprime.

Paul Ekman.

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Che belle sono la paura e la rabbia, sono emozioni salvavita, quelle che ti fanno reagire di fronte a stimoli pericolosi e attivano l’organismo con lo scopo di portar a casa la pelle. Quando funzionano male, diventano danno, ci fanno star male e ci impediscono di vivere in modo più sereno la nostra vita. Le emozioni sono un sistema di funzionamento semplice e nel contempo complesso. Quindi a che serve esser felici? La risposta è apparentemente semplice, ma si rischia di cadere nella tautologia. Se dico Darwin i primi pensieri vanno alle scimmie, alle Galapagos, oh le Galapagos, con le loro tartarughe giganti, i colori, i profumi, il mare, l’estate, io mi sento già meglio. Che potere immenso hanno le immagini che si attivano nel cervello. Perdonate le associazioni mentali, torniamo a Darwin. Beh Darwin ebbe un’intuizione importantissima, si accorse che condividiamo le emozioni con specie diverse dalla nostra. E girò il mondo per dimostrarlo, e contribuì all’idea che proviamo tutti emozioni, definibili primarie, o di base, che non vengono plasmate dalla società o dalla cultura, ma che hanno una matrice innata e genetica. Darwin non si fermò a quello, cercò di capire quale fosse la funzione di ciascuna emozione, perché se ce le siamo tirate dietro, perdendo invece la coda, probabilmente hanno un grosso valore adattativo.

La gioia non è solo assenza di emozioni negative. E’ un’emozione indipendente, che proviamo in determinati momenti, con un correlato cerebrale dedicato e il rilascio di preziose sostanze che modificano l’organismo e ci fanno sentire bene. Come tutte le emozioni, ha una durata breve, ma le modificazioni neuroendocrine possono persistere per un periodo più lungo, fornendo quella sensazione soggettiva di benessere. Come tutte le emozioni, ha una specifica espressione corporea, i cui dettagli si concentrano sul volto, che sorride, e sorride tutto, anche gli occhi, perché la gioia ha il potere di attivare alcuni muscoli intorno agli occhi a contrazione involontaria che ci aiutano a distinguere un falso sorriso da uno genuino.

La felicità è dunque quella sensazione che ci fa sentire bene, che ci spinge alla ricerca di quell’obiettivo, dandoci gratificazioni ogni volta in cui facciamo un piccolo passo verso di esso, è quella sensazione gradevole che abbiamo provato in una particolare circostanza che abbiamo quindi connotato in maniera positiva e che quindi tendiamo a ripetere. E’ quella sensazione che esperiamo quando troviamo il nostro posto nel mondo, insieme agli altri.

(ecco a che serve esser felici, ad avvicinarci a quello che ci fa bene, quando funzioniamo in un modo sano)

While life may ultimately meet a tragic end, one could argue that if this is as good as it gets, we might as well enjoy the ride and in particular to maximize happiness.

Kringelbach e Berridge.

Aristotele diceva che la vita non può essere solo una soddisfazione di bisogni e desideri, ma affiancava un’altra idea di felicità, quella eudaimonica, quella tesa al raggiungimento e all’espressione della nostra vera natura, la realizzazione personale insomma.

Considerando la felicità come un diritto di ciascun essere umano, e siccome la felicità non è solo assenza di malessere, ma può essere perseguita, lasciamoci andare oggi a quello che ci fa felici, seguendo alcuni suggerimenti presi dalla psicologia positiva (quella che si occupa di comprendere i meccanismi che favoriscono il benessere)

  • teniamoci occupati e attivi
  • godiamo dei piaceri della vita
  • spendiamo tempo nella socializzazione
  • sviluppiamo un pensiero ottimistico e felice
  • viviamo il presente
  • decidiamo di essere noi stessi
  • eliminiamo problemi
  • rivalutiamo il passato
  • concentriamoci sulle relazioni intime che sanno dare felicità

Non ho detto che sarà facile, ma le persone che provano molte emozioni positive, hanno una vita più lunga, condizioni di salute migliori e risultati personali e professionali maggiori. Non ho detto che sarà facile, ma che ne può valere la pena.

La felicità è la sfida dell’umanità presente, per la sua dignità futura.

Zygmunt Bauman.

Un piccolo regalo per te, un esercizio proposto da Seligman (il fondatore della psicologia positiva): chiudi gli occhi e richiama alla memoria qualcuno che ha fatto o detto qualcosa che ha cambiato la tua vita in meglio. Scrivi una lettera di gratitudine e consegnagliela di persona.

La dott.ssa Manuella Crini svolge sedute di consulenza psicologica volte a migliorare il benessere individuale