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Come sopravvivere all’amore

Ognuno porta in fondo a sé stesso come un piccolo cimitero delle persone che ha amato. Romain Rolland

Cosa rimane quando una storia finisce?

Dove vanno a finire tutte le parole, le sensazioni?

Che cosa resta di me senza te?

Amerò ancora? No. Non voglio più soffrire per amore.

Come se tutto il Male finisse dentro al cuore. Quell’organo perfetto che pompa sangue e sentimenti, come se dalla metafora diventasse un centro nevralgico, un dolore acuto e insopportabile che tocca anche il respiro. Lo priva di automatismo e lo rende difficile. Difficile come sopravvivere. Ma non é lì che sta l’amore. Come quasi qualsiasi cosa che ci riguarda, ha un suo sostrato che sta un po’ più in su del cuore. Lontano da lui e più vicino agli occhi. Sta in quel chilo e mezzo dentro la scatola cranica. Dove le cellule comunicano in modo elettrico tra di loro, formano onde e complicate reti dove incastrano il ricordo e lo manipolano e lo rendono perfetto e dove nasce la sofferenza.

Si guarisce. Dalle pene d’amore si può guarire. A volte è fisiologico, altre volte serve un pace maker, ma se ne esce diversi ma non per forza peggiori.

Perdere un amore è un lutto con un cadavere ancora in vita. Un ossimoro difficile da gestire.

Nasce allora questo spazio dove condividere e raccontare che cosa sta accadendo tra cuore e cervello. Scrivimi nella posta sulla pagina Facebook di Manuella Crini o nei contatti che trovi nella homepage.

Racconta la tua storia. Il tuo dolore. La tua cura. In modo anonimo diventerà un pezzettino di storia da tenere qui.

Ti aspetto

Manuella

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Che cosa me ne faccio ora di tutta questa adrenalina?

Questa è adrenalina, Lindsey, la sentirai. Mission impossible III

È una parola che ha un bel suono, neurormone. Un qualcosa che nella sua infinita piccolezza regala sensazioni di paura mescolate ad una sensazione di euforia. Nelle situazioni di pericolo, quelle classiche, quelle per cui devo combattere o fuggire, questa catecolamina, o meglio, un esercito di catecolamine, fanno si che il corpo sia pronto. Questo si traduce in una maggiore irrorazione dei vasi sanguigni, dilata i bronchi, fa aumentare il battito cardiaco, rende ogni muscolo pronto all’azione. Mette in disparte tutte quelle funzioni che non sono necessarie nel processo di lotta o fuga. Come il sistema della riproduzione. Beh vi voglio vedere nel tentativo di copulare mentre siete in pericolo. Ma non sempre siamo in pericolo di vita. L’esercito parte anche in situazioni che non sono oggettivamente pericolose, ma sono mentalmente fonte di pericolo. Cioè la nostra personalissima valutazione dell’evento rende un qualcosa di non pericoloso, pauroso. Come un esame. Il cui risultato indirizza la nostra vita da una parte o dall’altra. E l’esercito di rende capaci di affrontate le sfide. Portano energia ovunque con un’azione mirata.

Ma poi tutto finisce. Il pericolo vero o potenziale o vissuto come tale, smette di sussistere. E nessun soldato si ritira nelle proprie stanze senza festeggiare. Così resta quella sensazione che si percepisce in ogni parte del corpo. Possono anche esserci tremori, sensazioni di defaticamento. E noi possiamo sederci e osservare il corpo che tende all’omeostasi assaporando ogni cambiamento che avviene dalla punta dei piedi fino a quella delle mani passando attraverso ogni cellula.

L’adrenalina è associata alla produzione di dopamina, che completa il quadro delle sensazioni di benessere accelerato che sentiamo. Ma non a tutti basta quella sensazione. L’effetto che provoca può creare una dipendenza per cui si continua a ricercare quella sensazione. Mettendo in atto comportamenti pericolosi o illeciti. Fino a mettere in pericolo la propria vita a volte.

Non è sempre immediato capire quando è presente una dipendenza da adrenalina. È una situazione caratterizzata dalla ricerca attraverso sport estremi o situazioni al limite. In cui le relazioni sociali sono le prime a soffrire. Una situazione che andrebbe in qualche modo sviscerata, per comprendere da dove nasce il bisogno.

E abbiamo aggiunto un altro importante organo al nostro corpo, in grado di completare come un puzzle ciò che siamo. Il surrene. Quel piccolo organo da cui la nostra epinefeina parte per tutte le battaglie. Il momento più bello per me, è la sensazione di ritorno a casa. La mia omeoatasi.

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di consulenze psicologiche.

Difficoltà psichiche, Senza categoria

Molti diedero al mio modo di vivere un nome e fui soltanto un’isterica (A Merini) di isterie di vibratori e di poesie di resistenza

Ad esempio Charcot dimostrò che i fenomeni isterici sono qualcosa di autentico e conforme a uno scopo, che l’isteria è molto frequente negli uomini, che paralisi e contratture isteriche possono essere provocate dalla suggestione ipnotica e che questi prodotti artificiali hanno, fin nei minimi dettagli, le stesse caratteristiche degli attacchi isterici spontanei che spesso vengono provocati da un trauma.                                   Sigmund Freud

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L’utero è mio e lo gestisco io. Quella roba che quando ho visto alla mostra dei corpi, così piccolo e indifeso, una piccola tasca in grado di contenere, accogliere e far crescere una vita, mi ha stupito nella sua fragilità e minutezza. Capace di adattarsi ai cambiamenti, di deformarsi fino a prendere una forma che nulla ha a che vedere con l’originale, capace così tanto di rappresentare l’essenza dell’essere umano. Isteria parte da li, da Ystera, utero. Una malattia dai toni prettamente femminili. Una forma di psicopatologia. Le radici sono antiche, egiziane, e si riteneva che uno spostamento dell’utero potesse causare alterazioni psichiche nella donna e la soluzione era cercare di riportare questo organo dotato di potere maligno e benevolo al posto giusto.Oppure starnutire. No, non ridere, la medicina ha una storia complessa e affascinante e Ippocrate usava una sedia rotante per riportare gli umori al posto giusto e l’utero si poteva sistemare anche starnutendo. Le isteriche sono state poi streghe, esseri posseduti dal maligno, insensibili al dolore durante le crisi. E si passò all’uso degli ovuli, quando il rogo non funzionava. La scienza a tentoni cercò di dare una qualche giustificazione che tenesse un po’ di più e allora si ipotizzò che in qualche modo l’utero che si ammalava, diventava freddo e intaccava altri organi interni causando gli spasmi tipici dell’isteria. La menopausa era considerata causa di psicosi, come se tutto girasse intorno, nella donna, a quella piccola tasca marsupiale che permette la vita. L’isteria è anche stata trattata con massaggi. Quelli con happy ending, che guai a chiamare orgasmo però, erano solo parossismi isterici, una manifestazione particolare legata alla patologia. Si è passati alla cura con il vibratore, che nasce come strumento medico e poi, fortuna nostra, è diventato strumento di piacere. Ma anche attraverso pratiche brutali che prevedevano la clitoridectomia e l’isterectomia. La strada per arrivare ad affermare che l’isteria non ha a che vedere con l’utero, ma è legata ad un altro organo, sempre meravigliosamente plastico, ma che sta un po’ più in su, è stata lunga, e si arriva a Parigi, da Charcot, che descrisse in modo accurato gli attacchi isterici, dalle pose plastiche alla fase allucinatoria. Siamo poi passati attraverso Anna O., la paziente di Freud, di cui magari vi racconterò più avanti, riportando tutto ad una sfera affettiva traumatizzata.

Nell’immaginario popolare la donna isterica non assume pose plastiche, nessun arco isterico. Diventa la donna lunatica, quella che ha crisi improvvise di rabbia, di panico, che non riesce a contenere tutto il tumulto emotivo che ha dentro. Da psicopatologia a parola offensiva per minimizzare a volte un bisogno, la strada è stata apparentemente breve, ma degli antichi egizi ad oggi è stata lunga.

Che cosa resta dell’isteria oggi? Si parla di disturbi di conversioni o di personalità istrionica e analizzando la radice del termine, si ritorna all’utero. E della parola isteria resta solo la parte sfregiativa, quella che taglia la pelle dell’emozione, che ti dice che il tuo urlare o il tuo piangere o la tua paura, non hanno dignità. A volte è un bisogno urlato, perché non sia aveva lo strumento giusto per parlar a bassa voce, è uno sfogo troppo a lungo taciuto. E’un dolore che va lenito, un dolore che va ascoltato e a cui dar forma. Ma le sue parole vanno più dirette a quella parte del cervello che è capace di emozionarsi ancora. E ve le metto qui.

 

Sai cosa ti dico?

Ch’io la amo questa mia isteria.

E sai perché la amo?

Perché è mia.

E perché dopo tanti anni ti ho rivista

– amica mia –

tu con due bambini in braccio

io con un figlio già cresciuto

a domandarci se sia vivo

tutto quel che abbiam taciuto,

mentre tu scegliesti di restare

con un uomo sempre assente

ed io optai per il partire

– che intanto non cambiava niente –

Per essere poi sole tutte e due

ancora a domandarci se sia colpa

di quella parte di incoscienza

che ci ha viste scanzonate

per il mondo

come sciocche ragazzine.

Ancora a domandarci

se non dovremmo pianger mai

non essere invadenti

non alzare mai la voce

nascondere il minuto di paura

condannare

quell’espressione di isteria

che eppure sai cosa ti dico

amica mia?

Io la amo, perché è mia!

Perché è il frutto

di quello che ho vissuto

figlia legittima di ciascuna frustrazione

di ogni atto di coraggio

di tutta quella tentata umiliazione

a cui -alla fine-

non abbiamo mai ceduto

come mai lo abbiamo fatto

con il misero ricatto

che ci vorrebbe con un culo

piccolo e perfetto,

che ci vorrebbe a metter ordine

la sera

nella vita di uomini

sempre troppo stanchi per capire

quanto sia caro il prezzo

del dover essere perfette

e donne e madri e mogli

e amanti e figlie

e a letto anche un po’ puttane

senza mostrare mai stanchezza

né paura

come se esser forti

volesse poter dire

aver messo al cuore la sicura

o come se esser grandi

volesse poter dire

abbandonare la bambine

che siamo state allora.

E invece sai cosa ti dico, amica mia?

Sfogati, urla, spacca tutto

gridalo in faccia a questo mondo

che hai paura

diglielo che non te ne fotte niente

della costosa perfezione

che non taci mai a comando

che non rotolerai nel fango

di quella schiavitù silente

che ti vuole sempre bella e sorridente

per cui – mi raccomando –

sii carina spiritosa ed accogliente

comprensiva, empatica e accudente

ma assolutamente mai invadente!

Mai stanca, mai sciocca,

mai bambina,

– E smettila con le richieste di attenzione!

Non vedi che oggi non ne ha voglia? –

– Ma come sei fragile! Dio!

Cosa ti piglia? –

Avresti forse voglia di gridare?

Di pestare i piedi

di impuntarti e non parlare?

Di mandare a fare in culo

tutto il mondo?

Di chiedere un abbraccio?

Di pregare una carezza?

Di supplicare che sia legittimo

questo minuto di incertezza?

Sai cosa ti dico?

Fallo adesso – amica mia

prima che sia tardi e vada via

questo splendido momento di isteria.

#poesiediresistenzafemminile

 

Si ringrazia l’artista e Amica Amanta Strata, per aver dato un senso nuovo ad una parola che è stata stravolta nel suo significato originario e aver ridato dignità ai bisogni, quelli che se non sono compresi, restano intrappolati e volte urlati. Ridiamo dignità alle emozioni, che sono quelle che ci salvano. Sempre. Grazie.

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Tempus fugit

La realtà si forma soltanto nella memoria. Marcel Proust.

Il tempo fluisce più lentamente dove il potere gravitazionale è maggiore. Tempo e spazio sembrano due concetti così distinti che quando dobbiamo valutare le capacità di orientamento spazio temporale poniamo due domande diverse. Siamo obsoleti. Usiamo un concetto di tempo ormai superato ma essendo romantici nostalgici continuiamo a misurarlo frammentandolo in parti sempre più piccole. Fregandocene dei selfie dei buchi neri.

Ma tempo, spazio e onde gravitazionali, se tutte insieme mi fanno girare la testa, sono concetti enormi, che si spingono dalla creazione della vita, della Terra, inizio e inevitabile fine. C’è anche chi dice che il tempo non esista. Eppure impieghiamo tutti mezzo secondo per diventar consapevoli di quanto ci sta accadendo. E non parlo di Eventi, quelli con la E maiuscola (nel caso fosse sfuggita, l’avevo messa), ma di normali percezioni. Vedo il mare, o meglio, i miei neuroni vengono stimolati, elaboro informazioni, e alla fine vado a bussar alla porta della coscienza. L’ultima. Hei tu, guarda un po’! Il mare! È come se vivessimo continuamente in differita. Quello scatto che ci fa vivere in differita, è tempo. Quindi mi sa che il tempo esiste.

Non sempre lo percepiamo allo stesso modo. Ogni tanto scivola (a me scivola dalla prima liceo circa e devo ancora capire il perché), ogni tanto si dilata tantissimo e sembra non passare mai. Questo perché c’è un collegamento con i centri limbici, quelli delle emozioni (si lo so, sempre loro, ma se ci togliessimo le emozioni, ma che ve lo dico a fare? Non ci saremmo evoluti fino a questo punto). Esiste anche un collegamento con i centri dopaminergici della substantia nigra, infatti il senso del tempo viene completamente alterato nelle patologie degenerative come il Parkinson. A partire da alcuni studi, effettuati sui topi, si è proprio dimostrato come manipolando l’attivazione neuronale il senso del tempo cambiasse. Ovviamente ai topi non si può somministrare un questionario self report sulla piacevolezza dell’esperienza vissuta in laboratorio e sulla percezione della durata della stessa, ma vengono adeguatamente addestrati con il cibo per capire la loro valutazione del tempo. Certo è, che se parlassero, renderebbero più facile il lavoro.

Quindi torniamo al fatto che probabilmente il tempo esiste. Lo percepiamo. Lo elaboriamo. Abbiamo neuroni che lo fanno percepire in modo diverso. Probabilmente il tempo soggettivo e quello cosmologico spazio-tempo legato alle correnti gravitazionali che supererò, sono legati in qualche modo. Ma il primo è materia di psicologi, neuroscienziati e comuni esseri umani che sanno benissimo che quando si sta bene il tempo vola. Il secondo lo lasciamo ai fisici, ai fisici quantistici.

il tempo è una questione che mi riguarda da vicino. Il tempo speso per formarmi nel mio lavoro, il tempo dedicato alla famiglia, quello a me. Sono passate tre settimane dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa. Perché predico bene e volte razzolo male, e ho preso tempo per me, come dico spesso di fare. In barba ad Einstein. Prendi tempo per te. Ma tempo buono, quello che scorre, quello che scivola senza guardare orologio o smartphone.

O troveremo la via, o la costruiremo.                                                                                    Annibale.

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di persone e di benessere, e come mi ha fatto notare un Grande Uomo e Professore, ama occuparsi delle persone e prendersi cura di loro

 

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perché non reagisci?

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine, dalle nostre relazioni con gli altri.
Sigmund Freud.

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L’amigdala sa fare un sacco di cose. Stimola il rilascio di adrenalina, fa accelerare il battito cardiaco per far si che vi sia una buona ossigenazione dell’organismo, manda messaggi (non ho ancora capito se con telegram o whatapp) alle ghiandole surrenali per far rilasciare cortisolo. E a quel punto possiamo mettere in atto una risposta di attacco o fuga verso quella roba che è li fuori e ci fa provare paura. E’ un buon modo di reagire. Ci fa esser pronti ad affrontare in breve tempo quanto ci sta accadendo. Perché allora alcuni individui sperimentano bradicardia e congelamento di fronte ad una situazione che necessiterebbe di reazione immediata? Perché la paura  che proviamo attiva il sistema parasimpatico e ci fa dissociare da quanto sta accadendo intorno. Come se non lo percepissimo più e ci estraniamo, come se fosse una morte apparente.

Questo stato di ritiro, caratterizzato da una lentezza corporea e mentale, è causato dall’attivazione del circuito dorso-vagale, ad attivazione involontaria e che fa parte del sistema nervoso autonomo. E’ una forma di difesa arcaica, uno shut down più utile ai rettili che a noi esseri umani, ma probabilmente più importante della coda, se l’evoluzione ha pensato di non toglierci questo funzionamento.

Bloccati dalla paura. Immobili e quasi esterni a noi. Capita nei grossi disastri, capita nelle violenze, capita anche in situazioni che agli occhi esterni possono apparire meno drammatiche. Ma può capitare. Avere a disposizione schemi di reazioni, i famosi piani B, permette alla memoria di lavoro di recuperare in tempo breve una giusta modalità di reazione e non cadere in uno stato rettiliano, che si sa, non è colpa delle scie chimiche ma potrebbe sovvertire le sorti del creato.

La traumatici dell’evento è data in parte dall’oggettività di quanto sta accadendo e dalla sua imprevedibilità, e in parte dalla valutazione soggettiva che ne da il soggetto. Il freezing, il blocco dato dalla paura, garantisce la sopravvivenza, staccando la corrente, distanziandosi emotivamente, ci si impedisce di impazzire, sopraffatti da quanto si sta esperendo. Il freezing comporta un’alterazione della percezione, sia del tempo che del dolore, che delle sensazioni di base, odori, rumori, fino ad arrivare ad un’amnesia di quello che è accaduto, forse perché non viene immagazzinato in memoria quanto si sta vivendo, ma solo alcune sensazioni che possono trascinarsi nel tempo anche sotto forma di quello comunemente noto come disturbo post traumatico da stress oppure portare ad una dissociazione della personalità.

Il male e la paura sono gemelli siamesi.
Zygmunt Bauman.

(Il sistema nervoso autonomo è quella parte importantissima che si occupa di tantissime cose e che scorre in parte lungo la nostra colonna vertebrale, è responsabile di tantissime reazioni, dal senso di fame, all’eccitazione sessuale, ovviamente non lavora da solo, ma in team con il resto del sistema nervoso. Più che in maniera antagonista, due delle sue componenti -perchè spesso ci si dimentica del sistema gastroenterico che è un vero cervello nella pancia-, quella simpatica e quella parasimpatica -fatemi parlare con chi gli ha dato questi nomi e li farò cambiare, promesso-, lavorano in maniera sinergica, bilanciandosi.)

(La memoria di lavoro, che molto rimanda ai pc anni ’90, è il nostro sistema di memoria a breve termine, quella che ci permette di ricordare un indirizzo mail a memoria, perché ormai ricordare i numeri di telefono non siamo più capaci, o un nome, o una strada. E’ formata da due componenti, una di natura più verbale e una più visiva, con collocazioni nei due emisferi del cervello, e un esecutivo centrale, cioè una centralina di controllo che coordina le due componenti. A differenza della memoria a lungo termine, quella che ci permette di rivivere il nostro primo giorno di scuola, o l’odore della nonna, che è a offerta illimitata di giga, la memoria a breve termine ha una durata e uno spazio limitato, il che significa che non possiamo lavorare con troppe informazioni nello stesso  momento, e che se non teniamo viva la traccia, dopo un po’ decade e ci dimentichiamo di quella informazione)

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di emozioni, ha pubblicato diversi articoli riguardo l’attivazione delle emozioni, e offre consulenza e training sulla gestione delle stesse.

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Di passioni che non sono nostre e di specchi sentimentali. #pensieriallacaffeina

Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
Il paese delle lacrime è così misterioso.

Antoine de Saint-Exupéry.

Empatia. Passione. Pathos, emozione. Smembrando le parole è possibile capire davvero quello che ci stiamo dicendo. Non si tratta solo di mettersi le scarpe degli altri con i loro sassolini, ma sentire quello che sentono gli altri. Sembra sottile come differenza, ma non si tratta di indossare le converse di un’altra con i nostri jeans, ma di sentire come sta il suo piede nelle scarpe. È una comprensione profonda che da quel senso di sofferenza che si trascina dietro la parola patire. Che permette la comprensione. Che permette l’accoglienza del dolore dell’altro. (Che me ne faccio di sapere come sta l’altro? Un sacco di cose di cui parlerò bevendo altri caffè).

Non è un dono. È solo il frutto di neuroni molto vanitosi. I neuroni specchio. Questi particolari cellule hanno la capacità di attivarsi quando vedono qualcuno compiere un’azione o provare una sensazione. Noi, come esseri umani, non siamo gli unici ad avere questa capacità. Le scimmie sono state le prime ad esser studiate, e ora sappiamo che si tratta di una fantastica capacità di cui siamo dotati anche noi e non solo per quel che riguarda i movimenti.

Il cervello che agisce è anche il cervello che comprende.

Giacomo Rizzolatti.

Siamo tutti empatici allo stesso modo? No. Come non siamo tutti uguali allo stesso modo. L’empatia è un costrutto complesso, ha una componente più cognitiva (legata al pensiero) e una più affettiva, ed è misurabile attraverso la somministrazione di test specifici. Un po’ come tutte le caratteristiche psicologiche, ha una componente genetica e una socio-relazionale, e questo permette di aumentare le capacità empatiche.

Diventare più empatici è in parte possibile, imparando a conoscere le nostre risposte emotive ed affettive, facendo con le nostre emozioni quello che gli eschimesi fanno con la neve, riconoscendone le sfumature. Prestando attenzione agli altri, un po’ come diceva quel vecchio adagio che abbiamo due orecchie ed una bocca, parlando poco ed ascoltando molto. Aprendo la mente. E chi mi conosce sa quanto riesca ad esser materialista e mi immagina con un trapano a punta fine. Conoscendo persone, conoscendo situazioni, leggendo libri, guardando film. Allenando la nostra capacità di sentire i sassi nelle scarpe altrui.

È più semplice quando la persona in questione porta il nostro stesso numero o ha il nostro stesso stile, più difficile se è tutto stravolto. Ma difficile non è impossibile.

La dottoressa Manuella Crini ha collaborato a diversi progetti di ricerca sullo studio delle emozioni e lavora sulla consapevolezza dei propri stati interni