#pensieriallacaffeina

la dissonanza cognitiva, quel qualcosa che stride da qualche parte nel tuo cervello o nel tuo corpo #pensieriallacaffeina

When there is a range of opinion in the group, communications tend to be directed towards those members whose opinions are at the extremes of the range.                      Leon Festinger.

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E’ una sensazione che trovo difficile spiegare con le parole, proprio perché è sensazione e usa un canale diverso, senza grammatica ma con una sintassi decisa che sa andare al punto. Qualcosa fa “crick” dentro di me. Stona. Ecco, una nota che non si accorda con la sinfonia, che non la rende più interessante, è da togliere. A noi (inteso come esseri umani) piace tantissimo la coerenza (si lo so, dici una cosa e ne fai un’altra, ma questo è un discorso più complesso e mi serve uno di quei caffè lunghi per parlarne con la dovuta calma). Quando qualcosa tenta di cambiare la nostra coerenza su un pensiero, un’idea o una convinzione, quel qualcosa ci provoca uno stato di malessere, quel qualcosa che non va di cui sopra. E’ una dissonanza cognitiva. Dobbiamo porre rimedio al fastidio, a noi piace la calma (anche per questo caffè lungo), ci piace quella sensazione di equilibrio omeostatico cui tendiamo sempre senza rendercene conto.

Riequilibrarci e togliere quella sensazione fastidiosa di qualcosa che stona, passa attraverso processi diversi, posso cambiare il mio pensiero iniziale (tengo la nota e cambio la sinfonia intorno), posso fortificare il mio pensiero iniziale rendendolo impenetrabile rispetto a quando mi causa fastidio (alzo il volume intono a quella nota, e non la sento più), cerco di avvicinare le due cose, trovando  un punto di equilibrio (modifico la sinfonia e un po’ quella nota in modo che suoni tutto un po’ meglio).

Ignorando le mie metafore musicali, non esiste la modalità corretta per spegnere la sensazione di stridore. Tutto dipende da talmente tanti fattori che la risposta esatta, porti a casa tutto il premio, non esiste. Ma per fortuna esiste la dissonanza che ci sposta dal punto di equilibrio e ci permette di far qualcosa di simile che facciamo molte volte al giorno perdendo l’equilibrio per trovarne uno nuovo, camminare.

Sfruttiamo quella sensazione, svisceriamola, se non ci si riesce da soli perché la matassa è più simile alle lucine di Natale poco prima di metterle sull’albero, beh, io e i miei colleghi abbiamo anche questa funzione. Sviscerare. E far si che una brutta sensazione si trasformi come il bruco in farfalla.

Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo.
Massimo Gramellini.

Altre metafore, non ne ho.

La dottoressa Manuella Crini svolge i colloqui di counselling psicologico presso il suo studio, in Corso Borsalino 13, Alessandria.

 

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Tempus fugit

La realtà si forma soltanto nella memoria. Marcel Proust.

Il tempo fluisce più lentamente dove il potere gravitazionale è maggiore. Tempo e spazio sembrano due concetti così distinti che quando dobbiamo valutare le capacità di orientamento spazio temporale poniamo due domande diverse. Siamo obsoleti. Usiamo un concetto di tempo ormai superato ma essendo romantici nostalgici continuiamo a misurarlo frammentandolo in parti sempre più piccole. Fregandocene dei selfie dei buchi neri.

Ma tempo, spazio e onde gravitazionali, se tutte insieme mi fanno girare la testa, sono concetti enormi, che si spingono dalla creazione della vita, della Terra, inizio e inevitabile fine. C’è anche chi dice che il tempo non esista. Eppure impieghiamo tutti mezzo secondo per diventar consapevoli di quanto ci sta accadendo. E non parlo di Eventi, quelli con la E maiuscola (nel caso fosse sfuggita, l’avevo messa), ma di normali percezioni. Vedo il mare, o meglio, i miei neuroni vengono stimolati, elaboro informazioni, e alla fine vado a bussar alla porta della coscienza. L’ultima. Hei tu, guarda un po’! Il mare! È come se vivessimo continuamente in differita. Quello scatto che ci fa vivere in differita, è tempo. Quindi mi sa che il tempo esiste.

Non sempre lo percepiamo allo stesso modo. Ogni tanto scivola (a me scivola dalla prima liceo circa e devo ancora capire il perché), ogni tanto si dilata tantissimo e sembra non passare mai. Questo perché c’è un collegamento con i centri limbici, quelli delle emozioni (si lo so, sempre loro, ma se ci togliessimo le emozioni, ma che ve lo dico a fare? Non ci saremmo evoluti fino a questo punto). Esiste anche un collegamento con i centri dopaminergici della substantia nigra, infatti il senso del tempo viene completamente alterato nelle patologie degenerative come il Parkinson. A partire da alcuni studi, effettuati sui topi, si è proprio dimostrato come manipolando l’attivazione neuronale il senso del tempo cambiasse. Ovviamente ai topi non si può somministrare un questionario self report sulla piacevolezza dell’esperienza vissuta in laboratorio e sulla percezione della durata della stessa, ma vengono adeguatamente addestrati con il cibo per capire la loro valutazione del tempo. Certo è, che se parlassero, renderebbero più facile il lavoro.

Quindi torniamo al fatto che probabilmente il tempo esiste. Lo percepiamo. Lo elaboriamo. Abbiamo neuroni che lo fanno percepire in modo diverso. Probabilmente il tempo soggettivo e quello cosmologico spazio-tempo legato alle correnti gravitazionali che supererò, sono legati in qualche modo. Ma il primo è materia di psicologi, neuroscienziati e comuni esseri umani che sanno benissimo che quando si sta bene il tempo vola. Il secondo lo lasciamo ai fisici, ai fisici quantistici.

il tempo è una questione che mi riguarda da vicino. Il tempo speso per formarmi nel mio lavoro, il tempo dedicato alla famiglia, quello a me. Sono passate tre settimane dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa. Perché predico bene e volte razzolo male, e ho preso tempo per me, come dico spesso di fare. In barba ad Einstein. Prendi tempo per te. Ma tempo buono, quello che scorre, quello che scivola senza guardare orologio o smartphone.

O troveremo la via, o la costruiremo.                                                                                    Annibale.

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di persone e di benessere, e come mi ha fatto notare un Grande Uomo e Professore, ama occuparsi delle persone e prendersi cura di loro

 

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dal ci eravamo tanto amati al sul webbe ci siamo vendicati. Il revenge Porn.

Il 23% delle donne intervistate ha dichiarato di esser stata minacciata sul web almeno una volta.  Il 39% ha ridotto la presenza sui social o si autocensura.            Amnesty International

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Revenge Porn è una di quelle parole che entra nell’uso comune, che fa pensare alla condivisione in rete di foto intime da parte di una persona che si è voluta vendicare di un rapporto finito male. Nel senso più ampio ricade anche la minaccia di pubblicazione, può essere presente o meno un ricatto. La foto può essere stata scattata con il consenso o di nascosto. Può anche essere fornita, in vivo o in remoto.  

La cronaca ha fatto il suo sporco dovere facendoci conoscere i volti delle donne che a causa del revenge porn si sono tolte la vita. E poi ci sono i casi meno noti, quelli che circolano attraverso chat, ma non così popolari da calcare l’onda dei telegiornali. Ciò non vuol dire che le vittime non abbiano pagato le loro conseguenze in costi sociali e psicologici. Non ti viene in mente nessuno? Non ti è capitato di vedere o di sentir parlare del video di quella ragazzina che ha fatto sesso orale con uno appena conosciuto in discoteca ed era ubriaca? O di quello che ha mandato la foto del suo gingillo sperando di far colpo e la ragazza di turno ne ha riso al bar con le amiche? Beh. Se non ti è mai capitato, credo tu sia fortunato. O vivi in una realtà ancora pulita o sei molto ingenuo (in senso buono) e queste cose non entrano nel tuo repertorio di questioni cui posare la tua attenzione. I numeri in questo caso parlano poco, perché molte vittime di questa violenza meno fisica, non sporgono denuncia. 

Ho tentato un piccolo esperimento social prima che la Camera dei Deputati approvasse la  modifica del codice penale con l’inserimento del revenge porn. Non ha la valenza di una ricerca scientifica, ovviamente, ma mi serviva per comprendere il pensiero ingenuo (in seno buono, ingenuo è una parola meravigliosa, che mi ricorda i quadri naïf appesi in salotto). Nella semplicità della mia domanda, chiedevo che cosa avrei dovuto fare se qualcuno avesse fatto circolare mie foto nuda. Le risposte sono state variopinte. La cosa che più mi ha turbata sono state le richieste della foto stessa. Cioè mi fermerei a questo punto. Io ragazza ingenua (nel senso buono) condivido una mia foto o lascio che la persona con cui condivido il mio corpo, ne scatti una. Mi fido. Io ne farei uso privato e mi aspetto che l’altra persona si comporti nel mio stesso modo. Lui la rende pubblica. In me si scatenano una tempesta di sentimenti e di emozioni, sono disperata. Chiunque, comprese le persone con cui lavoro possono vedere il mio corpo nudo. Chiedo aiuto. E tu mi chiedi la foto? Il primo pensiero è stato che se nessuno avesse interesse a guardar la persona alla gogna, la gogna sparirebbe. Il revenge porn trova un terreno fertile nella natura umana. Scadenfreude. Rilasciamo dopamina. L’ormone della gratificazione. Innanzitutto non è toccato a noi e questo ci da un certo sollievo. Se poi la persona in questione ci sta pure un po’ antipatica, ne traiamo un maggior piacere. In più si tratta di  materiale erotico, e il materiale erotico, piace. 

Le altre risposte si possono macrocategorizzare in due tendenze: la prima tendenza suggerisce di rivolgersi a qualcuno per far una denuncia, mentre l’altra tendenza, se da un lato spingerebbe la persona a far denuncia, dall’altro l’accuserebbe di ingenuità (in senso cattivo questa volta) perché te la sei cercata. E’ un’altra fetta di opinioni popolari che mi spaventa. Perchè il confine tra lo stupro fisico e l’abuso psicologico, sebbene sia marcato dalla presenza di un corpo, è un qualcosa che non è così netto. Se fai male alla mia psiche, fai male anche al mio corpo. E potremmo parlar per ore di psicosomatica o di psiconeuroendocrinoimmunologia, ma credo che sia chiaro a chiunque che un’abuso psicologico faccia male. Fa vivere male. Devasta. Non meno di quello fisico. E dire alla vittima che se l’è cercata, non facilita il percorso di elaborazione di quanto accaduto.

Fingiamo di essere la malcapitata. O il malcapitato. La persona insomma. Quella che si trova su tutti i social ogni canzone mi parla di te e tutti sanno dove stanno i miei nei che di solito sono sotto l’elastico delle mutande (chiariamo anche a te lettore della gogna, che non verranno diffuse foto mie con i nei a vista, per cui, non insistere dopo che avrai  letto questa roba a chiederemo o a dire “peccato”), sarebbe utile una risposta da parte della società nei confronti di chi ha agito in modo scorretto, e sarebbe utile si facesse attraverso un percorso di denuncia che porterebbe a valutare se sussista o  meno un reato.

Il pensiero contenuto nelle righe precedenti è stato scritto prima del 2 aprile, una data che segna un passaggio importante, anche se attendiamo che il Senato ne dia approvazione. Innanzitutto il reato verrebbe collocato all’interno della Sezione dei diritti contro la libertà morale, anche se ricadrebbe anche all’interno di diverse offese. La punizione è per coloro non che detengono il materiale, ma che ne fanno un uso non consentito dalla persona che ha ceduto il suo “materiale” a contenuto sessuale. Le foto o i video insomma. Senza addentrarmi oltre nelle questioni più di natura giuridica, il problema resta sempre quello legato al consenso tacito, e al contenuto sessuale delle immagini (un’anticchia che appare dalla mutande abbassata, è un contenuto sessuale o non lo è?), ma a mio parere, il problema più grande è tutto quello che sta dietro a questo reato.

Cosa ci spinge (cioè non tutti per fortuna) a far del male in questo modo ad una persona che si fidava tanto e ingenuamente di noi? Perché le persone intorno invece che provare schifo e vergogna per un gesto simile, fomentano il tutto? Intervengono nella risposta sempre fattori individuali e di personalità, che difficilmente si scartano da quelli del contesto sociale e relazionale in cui siamo immersi. Serve una buona educazione che integri e non demonizzi tutte le nuove tecnologie. Che dia responsabilità e consapevolezza. Penso sia la tutela più grande.

La dott.ssa Manuella Crini è psicologa giuridico-forense e si occupa di consulenze di parte.

Difficoltà psichiche

Ba Ba Baciami piccina con la bo bo bocca piccolina. Anzi, no.

Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato: se mi bacia, muoio.
Stefano Benni.

La bocca è fatta per mangiare, per respirare, per parlare, per mordere, ma non per baciare. Il bacio lo abbiamo inventato noi, non ha carattere universale e nemmeno umano. Alcune popolazioni native americane hanno scoperto il bacio solo dopo la colonizzazione europea. E’ quindi molto probabilmente una pratica inventata e diffusasi tardi nella nostra storia, anche se ci sono testimonianze in sanscrito, datate a 3500 anni fa, che descrivono il bacio come il respiro reciproco della propria anima.  E’ più tipica delle società stratificate, forse quelle che hanno il tempo da dedicare all’erotizzazione, ed è nata in quelle società che già davano importanza all’igiene orale (hai presente quanti batteri ci si scambi con la saliva?) e alla dimostrazione pubblica di affetto (e magari anche di “appartenenza”). Si, non è proprio un preludio romantico, ma questo è. Alcune popolazioni schifano il bacio. Altre lo adorano. Il bacio, oltre ad avere potenti effetti grazie allo scambio di germi di cui sopra, ha anche un potere fantastico che coinvolge il rilascio di serotonina che sappiamo ormai essere legata alla sensazione di benessere, e fa star bene. Chi non vorrebbe un bacio sotto alle stelle? Abitanti di Tonga a parte.

Chi ha paura di baciare. Ecco chi. Tonga sempre a parte. La fobia è una reazione angosciosa immotivata, ovvero scatenata da stimoli che non sono pericolosi. Chi ha paura di finire sotto al tram, attraversando le strisce pedonali a semaforo rosso e a mezzo in avvicinamento, ha una paura sana e motivata, che lo farà scappare prima di diventare un tutt’uno con le rotaie. Chi ha paura di qualcosa non oggettivamente pericoloso e specifico, ha una reazione patologica, che lo porta a evitare attivamente quello stimolo o a viverlo con una profonda ansia e tutto il correlato fisiologico che di conseguenza si attiva. Chi ha paura del bacio, lo evita. Il bacio ha una forte valenza emotiva e sentimentale nella nostra società, ha un forte legame con la sessualità e con la vicinanza emotiva. La mia generazione ricorda benissimo il bacio tra Richard Gere e Giulia Roberts in Pretty Woman, bacio che ha superato quel confine tra essere persone con una relazione sessuale ad essere innamorati. Chi soffre di filofobia, ovvero timore di innamorarsi, sarà ritroso anche nel bacio, proprio per la valenza affettiva che si trascina con se. C’è chi ha paura di un bacio per questioni legate all’igiene, per il timore di contrarre malattie. Questo timore non si lega solo al bacio, ma in generale si riscontrerà un’eccessiva attenzione a tutte le pratiche igieniche. Oppure si smette di baciare il partner perché l’intimità di coppia si è rotta, o comunque crepata. O caduta nella rovinosa abitudine.

Ora aggrappati al mio braccio, Tieniti forte. Visiteremo luoghi oscuri, ma io credo di sapere la strada. Tu bada solo a non lasciarmi il braccio. E se dovessi baciarti nel buio, non sarà niente di grave: è solo perché tu sei il mio amore.
Stephen King.

Perché si ha paura di baciare? Siamo esseri talmente complessi che non esiste una spiegazioni univoca del fenomeno ma è tutto riportabile alla storia di vita di ciascuno e al quadro più ampio che coinvolge affettività e controllo.

Si guarisce dalla paura del bacio? E’ una patologia come molte. Alla sera invece di contare le pecorelle, conto le innumerevoli forme che le fobie possono assumere. Hanno sfumature fantastiche, ma sono trattabili. Il primo passo è riconoscerle. Evito quello stimolo? Quando non posso evitarlo, cosa provo? Ansia? batticuore? Come sta la mia respirazione? Che sensazione soggettiva sto provando? Il secondo è rivolgersi ad uno specialista.

Tempo fa tenni una lezione alla facoltà di Biologia, spiegando i riti di corteggiamento umani e parlai di bacio. Chiesi ad alcuni utenti di Twitter di raccontare il loro primo bacio

@chiorder seconda media all’uscita da scuola, Uno schifo indicibile! Dopo ho mollato il fidanzato.

@macosinonVale su una panchina al parco. Sentivo sarebbe successo da lì a poco e ho sentito come un nodo nello stomaco che si scioglieva.

@terricenum Asilo. 4 anni. Le ho dato la mia pasta mensa, poi la baciai. La suora  mi rimproverò lei non mi parlo più.

@paolopak Il primo! Disastroso! La notte di San Lorenzo guardando il cielo a Montenero

@wannabebaol il punto numero 8 di questa vecchia cosa lunga, del blog, descrive il mio primo bacio (link al blog nel nome)

E il tuo primo bacio?

La dott.ssa Manuella Crini è psicologia clinica e giuridico-forense. Si occupa di tutto quello che riguarda il benessere. E il bacio è anche benessere!

Pensieri su giornate speciali

Di Rain Man e altri miti

Sono autistico e vivo in un piccolo mondo tutto mio, un mondino fiorito e colorato la cui lingua è il linguaggio del cuore. La chiave della sua porta d’accesso è l’amore. Amami, solo così mi capirai e imparerai come farti capire da me.
Jean-Paul Malafatti.

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Nel 2010, quando mi sono seduta a discutere della mia tesi di Dottorato, si parlava ancora di autismo e di sindrome di Asperger come disturbi pervasivi disgiunti, ma caratterizzati da un qualche continuum sottostante. Oggi si parla di Sindrome dello Spettro Autistico, a rimarcare questo continuum che presenta talmente tante sfumature che non caratterizzano solo i primi anni di vita, ma tutta la vita.E’ un concetto diagnostico, un’etichetta che noi sanitari dobbiamo dare per capire di cosa stiamo parlando, ma sappiamo benissimo andare oltre l’etichetta e vedere l’individuo che sta dietro.

Victor è stato uno dei bambini con diagnosi post mortem, un bambino arrivato nudo nel villaggio di Aveyron verso la fine del ‘700. Non si integrò mai in modo totale nella società, presentava alcune stereotipie (movimenti particolari e ripetitivi), che aveva questo quadro particolare di ritiro nel suo mondo interiore. Anni dopo, con Kanner, si parlò in modo più concreto di autismo, come una particolare forma comportamentale caratterizzata da isolamento sociale, scarsa abilità linguistica e presenza di stereotipie. Asperger, descrisse (dopo o prima, la storia poco importa, ma per i curiosi sembra che Kanner quando coniò l’etichetta “autismo” avesse già in mente qualcosa a partire dalle letture dei casi clinici di Asperger) un quadro simile, ma ad esordio apparentemente più tardivo e meno compromesso. A partire da questa spinta, la curiosità nel mondo scientifico si fece avanti con essa le ricerche. Cosa causa la sindrome? Beh Kanner fu chiaro da subito, la genetica, ma la scienza è san Tommaso e non basta un’ipotesi, va verificata, e siamo passati attraverso tempeste, stigmatizzando le madri (le famosi madri frigorifero, vittime di teorie sbagliare, perché erano forni come le altre), stigmatizzando i vaccini (il mercurio e gli altri metalli pesanti presenti in alcuni lotti), passando attraverso teorie, ipotesi e notti in bianco, per tornare alla biologia, o meglio alla genetica. La sindrome dello spettro autistico ha una base genetica, non di facile riconoscimento come la trisomia, perchè non è mai stato individuato il “gene dell’autismo” ma diversi loci genici coinvolti, a volte riportati in co-occorrenza con altri fattori più di natura ambientale (e non mi sto riferendo ai vaccini, ma a ricerche che mettono in luce l’esposizione ad alcune sostanze durante la gravidanza o la presenza di elevato testosterone, nulla che abbia trovato modo di mettere tutti d’accordo seduti davanti ad un caffè, ma ci si sta lavorando). E’ una sindrome complicata. Enigmatica.

Chi è un soggetto con disturbo dello spettro autistico? E’ un bambino, un ragazzo o un adulto (può anche essere un portatore sano di vagina, ma il rapporto è circa 4:1)  che presenta alcune caratteristiche, come il ritiro sociale, difficoltà nella comunicazione e nella metarappresentazione, con un quadro di interessi particolari. Alcune caratteristiche sono già visibili quando è piccolo, quelle che non andrebbero sottovalutate, perché laddove si interviene precocemente, si può intervenire sulla qualità della vita, sia la sua che quella della sua famiglia. Quali sono? Mi piacerebbe poter scrivere di ignorare l’etichetta, che la nostra società è pronta ad essere inclusiva e che si tratta di un bambino. E’ solo un bambino. E un po’ è la verità. E’ un bambino. Che regala gioia e amore, ma è anche un bambino che ha bisogno di un ambiente preparato e adatto a lui, per quello non vanno sottovalutati i segnali, perché un intervento precoce, permette di raggiungere la serenità che tutti meritiamo. Il segnale da non sottovalutare è il contatto oculare, sul guardarsi reciprocamente negli occhi mentre si condivide qualcosa, se quella roba li manca, allora se ne parla con il pediatra, che è una figura fondamentale per mamma e papà. Ce ne sono altri, segnali, ma quello colpisce molto. Quali interventi? Non esiste l’Intervento, non esiste una cura perché non è malattia, è una condizione, e gli interventi non  sono volti a guarire miracolosamente, ma a favorire l’adattamento, che se può sembrare una parola bruttina, è quella roba che ci permette di star bene. Quella con cui conviviamo tutti perché lo scotto della vita in una società, si deve pur pagare.

Questa storia del viaggio della scienza verso la comprensione dell’autismo comprende idee romantiche e rivela reazioni emotive incredibilmente forti che io ho da tempo accettato come una componente del fascino che provo studiando l’autismo. Comprende anche alcuni fatti nudi e crudi provenienti dalla neuroscienza cognitiva. Credo che combinare i due opposti, la scienza rigorosa e le idee romantiche, l’obiettività e la passione, non sia impossibile, e l’enigma dell’autismo me ne ha dato la prova.                                                                                                            Uta Frith.

Non mi piace far un elenco di caratteristiche, perché ognuno ha le sue, ma posso smontare, o provare a farlo, alcuni miti.

L’autistico non parla. Ci possono essere dei ritardi nell’acquisizione del linguaggio, un vocabolario ridotto, un tono di voce che appare sempre uguale. Le difficoltà stanno sul piano della comunicazione, che è altro. Scommetto che siete tutti abili comunicatori con uno sguardo. Ecco. Senza usare parole. E’ la capacità espressiva che è diversa. Va compresa, accolta, accompagnata.

L’autistico non prova emozioni. Ero seduta di fianco a lui, giocavamo con i lego. Lui era un bambino che si è prestato nella ricerca che abbiamo condotto in collaborazione con l’Università dell’Avana, per capire meglio le differenze transculturali. Eravamo seduti ad un piccolo tavolino e giocavamo, e ad un certo punto si è fatto la pipì addosso. Il papà non finiva più di chiedermi scusa, e io pensavo solo che Lui era così emozionato, e per quello era successo. Era contento di costruire quella macchinina complicatissima. Le emozioni sono potenti. Meravigliose. E certo che si emoziona. Perché mai non dovrebbe?

L’autistico è un genio della matematica. Non sempre ci sono isolotti di abilità, di comprensione di ciò che è meccanico. Come non tutti siamo bravi a sciare, a cantare o a far di conto. Ci sono abilità migliori sul piano pratico che su quello sociale. Ma con tutte le sfumature del caso. la mia generazione si è affezionata al personaggio di Rain Man, ma quello è un racconto che non è rappresentativo in modo totale.

Si può guarire. No. No. e no. Ci si può adattare meglio. E per farlo bisogna essere precoci, e non pensare che basti delegare, ci si deve mettere in gioco anche come genitori, senza vergognarsi di chiedere aiuto, senza vergognarsi di essere arrabbiati. Senza vergognarsi. E poi, pensa che anche lo psicologo va dallo psicologo. I trattamenti permettono di aiutare tantissimo nell’area della comunicazione, e nel favorire l’autonomia. Non esistono farmaci o diete che curano.

E’tutta colpa delle scie chimiche. E’ una condizione a base genetica, e per quanto i rettiliani possano essere potenti, nulla possono contro il nostro DNA.

Ma la mia ricerca? Tutta la ricerca è sparsa su varie riviste scientifiche, ma la cosa più interessante che è emersa, è sicuramente il senso di controllo della situazione da parte delle famiglie cubane, controllo della situazione che ingenera meno angoscia. Controllo dato dal grande supporto della rete, e dall’essere molto partecipe di quanto accade. E quello che mi auguro è sempre che ci si muova nella direzione di  non stigmatizzare nessuno, ma di rendersi consapevoli delle risorse e dei limiti, e ci si muova nella direzione di garantire il maggior benessere al maggior numero di persone.

Oggi è la giornata non solo di tutti coloro che hanno ricevuto una diagnosi di ASD, ma anche delle loro famiglie, di quelle che quotidianamente fanno conti con le routine e la paura. A loro va tutta la mia ammirazione.

La dott.ssa Manuella Crini ha imparato un sacco dalle famiglie e dai loro bambini. Si occupa di parent training e oggi ha fatto un tuffo nella memoria di una ricerca bellissima, emozionante e faticosa. Grazie.

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perché non reagisci?

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine, dalle nostre relazioni con gli altri.
Sigmund Freud.

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L’amigdala sa fare un sacco di cose. Stimola il rilascio di adrenalina, fa accelerare il battito cardiaco per far si che vi sia una buona ossigenazione dell’organismo, manda messaggi (non ho ancora capito se con telegram o whatapp) alle ghiandole surrenali per far rilasciare cortisolo. E a quel punto possiamo mettere in atto una risposta di attacco o fuga verso quella roba che è li fuori e ci fa provare paura. E’ un buon modo di reagire. Ci fa esser pronti ad affrontare in breve tempo quanto ci sta accadendo. Perché allora alcuni individui sperimentano bradicardia e congelamento di fronte ad una situazione che necessiterebbe di reazione immediata? Perché la paura  che proviamo attiva il sistema parasimpatico e ci fa dissociare da quanto sta accadendo intorno. Come se non lo percepissimo più e ci estraniamo, come se fosse una morte apparente.

Questo stato di ritiro, caratterizzato da una lentezza corporea e mentale, è causato dall’attivazione del circuito dorso-vagale, ad attivazione involontaria e che fa parte del sistema nervoso autonomo. E’ una forma di difesa arcaica, uno shut down più utile ai rettili che a noi esseri umani, ma probabilmente più importante della coda, se l’evoluzione ha pensato di non toglierci questo funzionamento.

Bloccati dalla paura. Immobili e quasi esterni a noi. Capita nei grossi disastri, capita nelle violenze, capita anche in situazioni che agli occhi esterni possono apparire meno drammatiche. Ma può capitare. Avere a disposizione schemi di reazioni, i famosi piani B, permette alla memoria di lavoro di recuperare in tempo breve una giusta modalità di reazione e non cadere in uno stato rettiliano, che si sa, non è colpa delle scie chimiche ma potrebbe sovvertire le sorti del creato.

La traumatici dell’evento è data in parte dall’oggettività di quanto sta accadendo e dalla sua imprevedibilità, e in parte dalla valutazione soggettiva che ne da il soggetto. Il freezing, il blocco dato dalla paura, garantisce la sopravvivenza, staccando la corrente, distanziandosi emotivamente, ci si impedisce di impazzire, sopraffatti da quanto si sta esperendo. Il freezing comporta un’alterazione della percezione, sia del tempo che del dolore, che delle sensazioni di base, odori, rumori, fino ad arrivare ad un’amnesia di quello che è accaduto, forse perché non viene immagazzinato in memoria quanto si sta vivendo, ma solo alcune sensazioni che possono trascinarsi nel tempo anche sotto forma di quello comunemente noto come disturbo post traumatico da stress oppure portare ad una dissociazione della personalità.

Il male e la paura sono gemelli siamesi.
Zygmunt Bauman.

(Il sistema nervoso autonomo è quella parte importantissima che si occupa di tantissime cose e che scorre in parte lungo la nostra colonna vertebrale, è responsabile di tantissime reazioni, dal senso di fame, all’eccitazione sessuale, ovviamente non lavora da solo, ma in team con il resto del sistema nervoso. Più che in maniera antagonista, due delle sue componenti -perchè spesso ci si dimentica del sistema gastroenterico che è un vero cervello nella pancia-, quella simpatica e quella parasimpatica -fatemi parlare con chi gli ha dato questi nomi e li farò cambiare, promesso-, lavorano in maniera sinergica, bilanciandosi.)

(La memoria di lavoro, che molto rimanda ai pc anni ’90, è il nostro sistema di memoria a breve termine, quella che ci permette di ricordare un indirizzo mail a memoria, perché ormai ricordare i numeri di telefono non siamo più capaci, o un nome, o una strada. E’ formata da due componenti, una di natura più verbale e una più visiva, con collocazioni nei due emisferi del cervello, e un esecutivo centrale, cioè una centralina di controllo che coordina le due componenti. A differenza della memoria a lungo termine, quella che ci permette di rivivere il nostro primo giorno di scuola, o l’odore della nonna, che è a offerta illimitata di giga, la memoria a breve termine ha una durata e uno spazio limitato, il che significa che non possiamo lavorare con troppe informazioni nello stesso  momento, e che se non teniamo viva la traccia, dopo un po’ decade e ci dimentichiamo di quella informazione)

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di emozioni, ha pubblicato diversi articoli riguardo l’attivazione delle emozioni, e offre consulenza e training sulla gestione delle stesse.

benessere

“Di dieci cose fatte, te n’è riuscita mezza, li dove c’è uno strappo, non metti mai una pezza” e di altri modi per non star nel presente

Tornerò alle origini, torno a te che sei per me, l’essenziale.

Marco Mengoni.

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Il passato e il futuro convergono nel presente. È l’unica dimensione in cui viviamo, ma il passato interferisce, a volte intrappolandoci, con conseguenze sullo sviluppare stati depressivi, mentre vivere rilanciati nel futuro può incastrarci in pensieri ansiosi. Il presente è l’unico tempo che viviamo. Ma spesso non lo viviamo. A tal punto che dimentichiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina. Perché attiviamo processi automatici che non richiedono la presenza di consapevolezza. Ma questa mancanza di consapevolezza ci fa perdere occasioni e informazioni importanti, ci può portare a quello che consideriamo una naturale distrazione ma che ci fa mettere a rischio i rapporti e la nostra sicurezza. Sviluppare la capacità di essere più consapevoli ci fa vivere meglio, abbandonando stress e ansia.

In che modo posso essere più consapevole? Come posso essere presente e attivo nel mio presente? Allenando quella parte sensoriale della nostra comprensione, che ti tiene ancorati a quello che ci sta accadendo intorno.

Ogni persona può sperimentale esperienza del tempo presente. È un’abilità di base, una dotazione che ci viene data alla nascita e si sviluppa nel tempo, ma che abbiamo un po’ messo da parte, assorbiti completamente dalla percezione del tempo come qualcosa di reale, come se potesse esser fattibile rivivere nel passato (non rivivere il passato) e proiettarci nel futuro.

Aumentare la consapevolezza, diminuisce lo stress, allontana dal passato e dal futuro, allontanando pensieri depressivi e ansiogeni. Vivere contemporaneamente mettendo in atto automatismi e mandando mail e rispondendo ai quesiti sulla vita che ci pongono figli, amici  e compagni, cerando di ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi della macchina, ci costa. Ci costa in termini energetici. Perché noi abbiamo una dose di energia cognitiva e la disperdiamo spostandoci continuamente da un compito all’altro, da una soluzione da trovare ad un problema da creare. Ci costa perché produciamo un sacco di cortisolo (che in dosi elevate, non fa proprio bene) ma non ce ne accorgiamo perché ci sentiamo soddisfatti, grazie alla dopamica che maschera con la sua sensazione di gratificazione, lo stress cui ci sottoponiamo.

Il corpo è fisso nel presente ma la mente vaga spesso in quanto è accaduto in precedenza, incastrandosi nei pensieri controfattuali del “come sarebbe andata se”. Siamo attaccati al giudizio. Oppure proiettiamo tutto nel futuro e immaginiamo cosa può accadere di disastroso o difficile da affrontare, e questo crea ansia. Lasciamo il nostro corpo in un posto e andiamo altrove. E in quell’altrove incastriamo il corpo in un stato di malessere.

La depressione sta diventando una malattia che nel tempo è destinata a superare le altre nel corso degli anni in termininumerici. Eppure siamo più ricchi. Eppure abbiamo più cose, ma non abbiamo quello che ci serve per esser felici. O quantomeno, per provare benessere. Perché tutto quello cui siamo sottoposti aumenta lo stress. E lo stress, sebbene non sia una malattia, se protratto ha effetti dannosi sul nostro cervello. E siamo così abituati a stressarci, che lo facciamo costantemente.

Siamo infelici perché ci distraiamo mentre facciamo qualcosa. Non siamo presenti in quello che stiamo facendo. Tutta colpa dei social network. No. Non proprio. Colpa nostra che non riusciamo a stare nel presente, che ci proiettiamo su quello che dobbiamo far poco dopo, che non stiamo nel flusso, che mettiamo troppe cose nel presente.

Spesso siamo anche noi ad aumentare il nostro dolore e la nostra sofferenza con l’ipersensibilità e l’iperreattività verso cose da nulla, e talvolta prendendo le cose troppo personalmente.

Dalai Lama.

Fermati. Respira (e spero tu lo faccia bene). Stacca tutto. Cosa sta accadendo intorno a te? Che odori senti? Che rumori? Cosa stai vedendo?

La dott.ssa Manuella Crini opera nel campo del benessere, fornendo consulenze volte ad identificare cosa ci fa star male e trovare soluzioni adatte a migliorare la qualità della vita.

benessere

chissà dove sto andando quando corro

Correre è lo spazio aperto dove vanno a giocare i pensieri.
Mark Rowlands.

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Ho scoperto quanto mi stiano bene le scarpe da corsa ai piedi, per caso. Ma sebbene creda al caso, non penso sia stata casuale la scoperta. Dove i pensieri si fanno complessi e difficili da tradurre, il corpo semplifica tutto con richieste più semplici, che ci fanno star meglio. Non hai capito  nulla di quanto hai letto e capisco, sono i pensieri complicati di cui sopra che spiegherei in modo molto semplice portandoti a correre con me. Ho preso confidenza con i chilometri e con il buio e con il freddo, lentamente, sono stata giorni a lamentarmi dei dolori alle gambe ma giorno dopo giorno, la corsa è diventata parte di me. Ho amato la corsa come si ama qualcosa che ti accorgi che mancava nella tua vita. Nella corsa, ho sempre ascoltato il mio corpo. Ho rallentato quando me lo chiedeva, ho accelerato quando volevo provare i mie limiti. Ma dove vado quando sto correndo? Apparentemente da nessuna parte. Parto con il mio bagaglio di pensieri, a volte di stanchezza, alzo la musica e vado. Sto andando a sentirmi  meglio, e lo sto facendo portando insieme a me molte persone, i loro pensieri, i miei problemi, perché nemmeno io sono immune. Vado a sbrogliare una matassa. E il pensiero corre con me, e sbroglia più matasse di quelle che sbroglierei stando sulla poltrona con i miei appunti. Questo perché nel mio corpo succedono le magie mentre corro. I topi che corrono riescono a combattere le neurotossine che provocherebbero un deterioramento cerebrale (e questo apre le piste ai trattamenti di tutti quei sistemi che vanno incontro ad una degenerazione dei sistemi dopaminergici, come il Parkinson), perché durante l’allenamento (anche i topini nel loro piccolo si allenano) accade qualcosa per cui le neurotossine non hanno più nessun effetto inibitore sulla dopamina che continua a far il suo sporco lavoro in barba al tentativo di degenerazione.  L’allenamento aerobico funziona come il Prozac, facendo si che nel corpo circoli più serotonina. E la serotonina, nel giusto equilibrio, è alla base dello star bene. Inoltre la corsa fa bene anche all’ippocampo.  E non parlo del cavalluccio marino, ma di una di una piccola struttura cerebrale che ha il ruolo delicato di lavorare con la memoria. La corsa stimola la produzione di cellule staminali. E immaginate che accade ad una struttura deputata alla memoria che si rigenera e funziona come quando eravamo giovani. Più giovani. Non ho detto che sei vecchio, solo che sei più vecchio di quando eri più giovane.  La corsa fa rilasciare anche endorfine, che contribuiscono alla sensazione di benessere. Correre fa invertire il processo di invecchiamento. Va contro quanto scritto nei geni impigriti e aumenta la plasticità, delle connessioni e del pensiero. Serve tempo per ottenere questi benefici, ma nel tempo in cui la zucca si trasforma in carrozza, il mio cervello è vivo e attivo più di un lattobacillo dello yogurt, e mi permette di soluzione tantissime cose.

Ho sempre saputo che il movimento facesse bene, mens sana in corpore sano, così come ho sempre (sempre no, lo sapevo quando ero bambina in realtà, poi crescendo l’ho scordato e poi leggere Damasio me lo ha fatto ricordare) che siamo una cosa sola, che la mente e il corpo sono talmente interdipendenti che i confini tra loro sono sfumati. Credo sia stato quello il caso con cui ho scoperto la corsa. La sensazione di  troppi pensieri da mettere in ordine e la spinta a riequilibrare i miei umori (Ippocrate, scusami, ma la tua influenza nonostante più di 2000 anni, ancora si fa sentire), credo sia stato questo il mio motore. Come se il mio corpo ricordasse, per via di qualche memoria somatica, come si sentiva dopo una corsa e avesse giocato a mandarmi segnali inconsci alla coscienza, finche una mattina ho ceduto e ho detto: “vado”.

Quante cose mi porto dietro quando corro. Mi sembra di uscire nuda. Mi sembra di uscire leggera. In realtà parto appesantita da tutti i pensieri che si attorcigliano nella testa. Ma torno a casa leggera. Torno a casa felice. Torno a casa stanca. Torno a casa con una matassa di pensieri sbrogliati perché tutto quello che il mio corpo ha prodotto è una buona base non solo per sentirmi meglio, ma è funzionale anche al ragionamento, e riesco ad affrontare meglio tutto.

Ho imparato molte cose correndo. Conosco meglio il mio battito cardiaco, conosco il momento in cui il mio corpo sta cambiando e io inizio a sorridere guardando tutto quello che ho intorno, che sia neve pioggia, sole, fiori, mare, città. Ho conosciuto la pazienza. Ho conosciuto il gusto di un piccolo traguardo, so di  me come mi comporto quando lo vedo vicino, perché conosco la mia risposta.

Correre un’ora al giorno, e garantirmi così un intervallo di silenzio tutto mio, è indispensabile alla mia salute mentale.
Haruki Murakami.

Correre fa stare  meglio. Indipendentemente dalla durata e dall’intensità dell’allenamento, ci sono effetti benefici importanti. Nel tempo anche questa modalità naturale di autoproduzione di sostanze benefiche dà assuefazione, cioè nel tempo gli effetti benefici si sentono meno. Ma usando lo straordinario potere della mente possiamo , attraverso le attese, spostando il focus dell’attenzione tra interno (il respiro, il battito) e esterno (musica, panorama), ridare vita a quella sensazione che altro no è che una questione soggettiva e individuale.

Correre non piace a tutti. E questo fa parte della estrema variabilità che caratterizza la razza umana. Lo star bene che io sento durante e dopo la corsa, non sarà mai lo stesso sentire di qualcun altro. Quello che accade a livello cerebrale, sarà simile. Quindi prova. Senza sapere dove stai andando. Lo scoprirai nel movimento. Ci saranno volte in cui vorrai andare lontano da te il più possibile, altre in cui correrai per raggiungerti. Ho imparato anche a chiedermi questo quando chiudo la porta di casa: “dove vado oggi?” e la risposta non è mai solo il luogo che attraverso correndo.

(Oggi sono andata nella primavera. Ho lasciato indietro una brutta sensazione che da giorni mi stava appiccicata, ed è accaduto alla seconda curva, ad un certo punto non c’era più. Ricordo di essere andata un giorno a cercare le rane, perché con i loro rumori tranquillizzano il mio respiro. E tante volte vado dove posso esprimere tutte le mie emozioni, lasciandole uscire, accogliendole, rispettandole. Chissà tu dove andrai)

La dott.ssa Manuella Crini si occupa di promozione del benessere psicologico, che passa attraverso la mente, ma anche attraverso il corpo.

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Di passioni che non sono nostre e di specchi sentimentali. #pensieriallacaffeina

Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
Il paese delle lacrime è così misterioso.

Antoine de Saint-Exupéry.

Empatia. Passione. Pathos, emozione. Smembrando le parole è possibile capire davvero quello che ci stiamo dicendo. Non si tratta solo di mettersi le scarpe degli altri con i loro sassolini, ma sentire quello che sentono gli altri. Sembra sottile come differenza, ma non si tratta di indossare le converse di un’altra con i nostri jeans, ma di sentire come sta il suo piede nelle scarpe. È una comprensione profonda che da quel senso di sofferenza che si trascina dietro la parola patire. Che permette la comprensione. Che permette l’accoglienza del dolore dell’altro. (Che me ne faccio di sapere come sta l’altro? Un sacco di cose di cui parlerò bevendo altri caffè).

Non è un dono. È solo il frutto di neuroni molto vanitosi. I neuroni specchio. Questi particolari cellule hanno la capacità di attivarsi quando vedono qualcuno compiere un’azione o provare una sensazione. Noi, come esseri umani, non siamo gli unici ad avere questa capacità. Le scimmie sono state le prime ad esser studiate, e ora sappiamo che si tratta di una fantastica capacità di cui siamo dotati anche noi e non solo per quel che riguarda i movimenti.

Il cervello che agisce è anche il cervello che comprende.

Giacomo Rizzolatti.

Siamo tutti empatici allo stesso modo? No. Come non siamo tutti uguali allo stesso modo. L’empatia è un costrutto complesso, ha una componente più cognitiva (legata al pensiero) e una più affettiva, ed è misurabile attraverso la somministrazione di test specifici. Un po’ come tutte le caratteristiche psicologiche, ha una componente genetica e una socio-relazionale, e questo permette di aumentare le capacità empatiche.

Diventare più empatici è in parte possibile, imparando a conoscere le nostre risposte emotive ed affettive, facendo con le nostre emozioni quello che gli eschimesi fanno con la neve, riconoscendone le sfumature. Prestando attenzione agli altri, un po’ come diceva quel vecchio adagio che abbiamo due orecchie ed una bocca, parlando poco ed ascoltando molto. Aprendo la mente. E chi mi conosce sa quanto riesca ad esser materialista e mi immagina con un trapano a punta fine. Conoscendo persone, conoscendo situazioni, leggendo libri, guardando film. Allenando la nostra capacità di sentire i sassi nelle scarpe altrui.

È più semplice quando la persona in questione porta il nostro stesso numero o ha il nostro stesso stile, più difficile se è tutto stravolto. Ma difficile non è impossibile.

La dottoressa Manuella Crini ha collaborato a diversi progetti di ricerca sullo studio delle emozioni e lavora sulla consapevolezza dei propri stati interni