Pensieri su giornate speciali

Nutrire. Atto del preservare la vita.

“Per anni ho pensato che il mio valore dipendesse da quanto pesavo.” Jane Fonda

Ci sono disturbi che fanno rumore.

E poi ce ne sono altri che urlano in silenzio.

I DCA. Disturbi del comportamento alimentare. Non urlano, non rompono, non fanno scena. Si insinuano nella quotidianità di un gesto ripetuto tre volte al giorno. Mangiare. O non mangiare.

Il 15 marzo è la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla. In memoria di tutte le Giulie che non ci sono più. Perché le terapie arrivano tardi. Perché non ci sono luoghi per tutti per affrontare il Mostro. Perché il silenzio è uno dei loro alleati più potenti.

Il corpo come linguaggio. Se la voce tace. Il corpo parla. Il cibo non è mai solo cibo. È relazione, controllo identità consolazione punizione paura. Il corpo diventa una lavagna su cui scrivere ciò che non riusciamo a dire. Che urla il silenzio.

E così il peso scende o sale, ma la vera storia accade altrove: nelle emozioni che non trovano spazio, nei conflitti identitari, nelle aspettative impossibili da sostenere.

Anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata non sono semplicemente “problemi con il cibo”. Sono modi complessi con cui la mente prova a gestire un dolore che non ha parole.

I DCA sono tra le condizioni psichiatriche con il più alto tasso di complicazioni mediche e psicologiche. Si fa fatica a lasciar andare. Si fa fatica ad accettare. Si lotta con lo specchio e con la bilancia. Con chi dice “mangia” e con chi dice “smetti di abbuffarti”.

Il paradosso della società della performance. Viviamo in una cultura che parla continuamente di cibo e di corpo. Dieta palestra mangia sano mangia vegano mangia grassi buoni allenati bevi tanta acqua fai detox. Fai detox. Il corpo è diventato un progetto. Deve essere perfetto. Con i canoni di Madre Social. E, inevitabilmente, diventa anche giudizio.

Il problema non è il cibo.

La soluzione non è solo la società. Ma ne è parte attiva ed integrante. Perché Essa, giudica.

Tornare a sentire.

Riguarda il tornare a sentire. Sentire la fame, ma anche la rabbia. La sazietà, ma anche il dolore. Il desiderio, ma anche la paura. Perché i disturbi alimentari sono, prima di tutto, una storia di relazione con sé stessi.

Oggi serve a ricordarci che i DCA non sono capricci, non sono debolezze e non sono problemi superficiali. Sono storie umane complesse. E meritano di non essere giudicate. Perché a volte il peso più difficile da portare non è quello del corpo.

È quello che non si vede.

Grazie a tutti gli Stefano Tavilla che hanno perso un pezzo di Vita con le loro Giulia ma che non si sono arresi e continuano a portare avanti la battaglia.

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Tra martiri e uccelli

L’amore romantico non è un’emozione. È un impulso fondamentale, come la fame o la sete. Helen Fisher

C’è del cruento e del poetico in un giorno come oggi. Rosso sangue del buon Valentino, e cinguettii di uccelli che scelgono il loro compagno. L’amor cortese. Medioevale. E potrei fermare qui il rincorrersi di pensieri.

L’amore ha basi neurali precise. Coinvolge zone del cervello al sicuro sotto la scatola cranica. Che si attivano e disattivano in una danza di onde magnetiche ipnotiche. E che per non caso, sono le stesse che sono coinvolte nella motivazione e nella dipendenza. Che abominio. La dipendenza da qualcuno. Che tremenda dissonanza pensare di dipendere. Stare appeso a qualcosa. Fa male. Crea insicurezza. Paura di cadere. O voglia di volare.

Ma cambiamo parole. Confondiamo. Attacchiamoci e prendiamoci cura. Guardiamo dall’alto il nostro cervello e vediamo che sono i sistemi interpersonali a raccontarci che cosa sia l’amore. Che non è innamoramento. È uno scambio reciproco. In cui domina l’ossitocina. In cui si dà si prende ci si sceglie e ci si tollera. Grazie Popper. Accettare che l’altro non corrisponda alle nostre aspettative. Mantenere una differenziazione. Tra me e l’altro.

L’amore costa fatica. E la fatica non la vogliamo. L’amore è una continua altalena. Dentro di noi e nel tempo storico. Che scorre lineare, a volte ondeggiando. Cambiando definizione ma non neurotrasmettitori.

Ma

L’amore non si ammala. Non c’è sangue sparso a terra. Non ha martiri. E forse non ha nemmeno cinguettii di uccelli che scelgono altri uccelli.

L’amore è una cosa semplice. Quando si complica. Quando si tinge di rosso, non è amore. È un’illusione romantica dentro cui tolleriamo tutto. Perché schiavi dell’amor cortese medioevale. Perché figli di una società che ci vuole individui non dipendenti da niente e nessuno. Schiavi di noi e basta.

L’amore è un funzionamento neurochimico. Biologico e sociale. È motore che muove la storia. È sotto e sopra valutato. È caos confusione impegno e leggerezza.

Pensieri su giornate speciali

Il sentimento non è un dovere.

“Christmas was the hardest time.” King- la Casa del Buio 1998

Il Natale rompe il tempo lineare. Lo abbiamo voluto cercato creato. Dalla morte apparente della notte più lunga, attraversando lo sfogo collettivo degli schiavi che mangiano con i padroni fino alla nascita del presunto salvatore. Dare senso al buio. Disegnarci dentro. Con una matita bianca.

Il Natale rompe il tempo lineare e fa esplodere una bomba di suoni. Toglie la pelle e si sente di più. Diventa il tempo della nostalgia, delle mancanze, del dovere. Diventa il tempo dell’attesa, della gioia e dei sorrisi. Il Natale si limita a scoperchiare quello che già c’è. Aggiunge sale e da sapore, ma non crea nulla. Si mescolano i ricordi, le memorie autobiografiche, quelle che manipoliamo e cambiamo continuamente, i momenti belli, le assenze. La memoria lavora fortissimo. E genera un come siamo stati amati. E il Natale lo potenzia. Nel bene e ne male.

Ma i sentimenti non sono un dovere. Non devi sentirti bene felice entusiasta. Puoi. Puoi sentire quello che senti. Che arriverà potente tra le tue orecchie e le tue costole. Puoi ascoltarlo. Viverlo. Parlarci insieme e dormirci la notte. Puoi. Una parola magica che sa di libertà.

Il senso del dover essere qualcosa, invalida e calpestata quello che si sente, genera senso di colpa. Quel buco pieno di fango tra il chi sono e il chi dovrei essere. Senza chiedermi se voglio davvero esserlo.

Il Natale illumina. Del resto, il sole torna ad essere presente, il tempo si srotola, qualcosa si salva. Qualcosa cambia.

A Natale puoi. Eccome. A Natale voglio.

Il Natale rompe il tempo lineare. E con una matita bianca, puoi colorare le ombre sul tuo foglio nero.

Qualsiasi cosa sia il Tuo Natale, che sia Tuo. Che sia quel che vuoi e non quel che devi.

Pensieri su giornate speciali

Con vagina o senza

Nella mia mente si affacciano tutte le donne in cui sono inciampata nella mia vita. La mia mamma, la mia nonna, le mie Amiche, sorelle inscindibili.

“Ora ti saluto, vado a far fare i compiti a mia figlia.”

“Io mi metto a pulire, così finisco di cucinare.”

Eppure io e Barbara siamo due meravigliose donne, dentro ad un meraviglioso studio, con un’altra Donna che completa la palette dei nostri colori (e per inciso anche due Uomini che non si dimenticano mai di noi).

Ma da quel ruolo, non ci si esce. Dal ruolo della donna schiava. Con simpatia. Quella che comunque ama lavare pulire cucinare fare i compiti e guadagnare meno. Ama anche però buttare la spazzatura, ama tantissimo non dormire per occuparsi della prole. Ama ancora di più non ricoprire mai il ruolo più alto e soprattutto, ama sentirsi chiedere se vuole figli durante i colloqui di lavoro.

Dolcemente complicate

Bionde

Isteriche

Con il ciclo

Truccati, no?

Metti i tacchi alti

Che maraviglia giocare con gli stereotipi. Con i pregiudizi. Con questa società per cui, entro il 2030 si prevede che quasi la metà della popolazione femminile deciderà di restare single. Perché non più disposta a stare nella relazione sbagliata. Perché non c’è più bisogno di avere una relazione se si ha una vagina. Perché abbiamo meravigliosamente scoperto, che nonostante Lei, possiamo andare oltre il sordido gioco dei pregiudizi e fare tutto quello che fa un uomo. Perché la storia sta mestamente smantellando quello di cui sopra, con una resistenza incredibile della politica, della società, di alcune fasce residue, e se le relazioni non cambiano, ne facciamo a meno.

E quindi, con la rabbia di chi si è sentita dire che è un compito lavare, qui ve lo dico e non ve lo nego, mie bellissime Donne, vestitevi dei vostri pigiami migliori, dei vostri vestiti preferiti preparate un tè, aprite una bottiglia di vino, prenotate un ristorante o un kebab, sedetevi tra simili e ridete. Perché la magia più bella sta nella risata della Libertà. Scegliete partner di vita che vadano oltre ruolo preconfezionato come merendine kinder.

Scegliete simili che siano simili.

Ah. E se avete un dna che non corrisponde a chi siete. Siate. Siate Donne. Quelle belle che siamo.

Con vagina o senza.

Buon 8 marzo.

#pensieriallacaffeina

La mia personalissima non richiesta. Sanremo e la normalità

Ho anche paura del buio
Se faccio a botte le prendo

Lucio Corsi

Ha vinto quella canzone che suona benissimo con una bottiglia di vino vuota, che rotola sulla spiaggia. Quella che fa ridere piangere e non fare l’amore. Perché sei troppo impegnato a divertirti ed esser triste. Ha vinto quella che ha parole semplici. Normali. Quella che sa di emozioni che tutti nella vita abbiamo sentito. Senza rabbia. Solo nostalgia. Quella balorda. Che se non sei ligure o abiti poco più in là, non sai davvero cosa significhino quelle lettere in sequenza. Ha vinto la normalità perché è normale sentirsi così. È normale che ci manchino i momenti semplici e di vita quotidiana. Parole che come un libro sfumato ci permettono di metterci dentro quel volto. Quel profumo, quel sorriso, quella carota che cade dal tavolo mentre la sbucci.

Ma la normalità che ha vinto più di tutti, ha a che fare con due pacchetti di patatine dentro alle spalline. Geniale nella sua semplicità. Quella normalità fatta di faccia bianca capelli lunghi abito fuori tempo e sempre a tempo. Fatta di parole difficili di voli pindarici. La normalità che appartiene a ciascuno di noi ma che appiattiamo nel voler essere normali con gli altri ma la normalità appartiene a se stessi. Nessun battito batte come gli altri. La normalità dovrebbe essere esagerata nella sua essenza. Perché dovrebbe tirare fuori quello che è dentro. Dovrebbe ribaltare la pelle come se fosse semplice vedere quello che uno ha sotto. Vederci da fuori per come siamo. Colorati tristi felici delusi sempre sulla linea di partenza senza aspettare un arrivo.

La normalità è Topo Gigio. La normalità è Masini che si ricrede sulle sue elucubrazioni sulle denunce solo perché hai perso la pazienza.

Che poi la musica, la musica, la musica e le parole toccano la soggettività. Quello che fanno suonare dentro ciascuno di noi è unico. Speciale. Normale.

Pensieri su giornate speciali

Di bilanci. Bilance. Tenere. E mettere in freezer

Cosa ti fa sentire nostalgia?

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Gabriel Garcia Marquez

Mia nonna aveva un pozzetto nel sottoscala. Quello che in qualche film dopo ho visto riuscire anche a contenere un cadavere per poter continuare a riceverne la pensione.

C’era dentro letteralmente di tutto. Rigorosamente in scatole sbagliate. Quelle che guardi, pensi sia un gelato e dentro c’è aglio tritato e arance candite. Funghi trovati verso la fine della seconda guerra mondiale e avanzi di qualche pasqua primordiale.

Le cose che contano stanno sopra. Quelle di cui hai ancora una vaga memoria. Quelle che hai congelato da poco. Sono senza brina e hanno ancora il sapore di quando le hai preparate.

Sotto c’è nostalgia e fastidio.

La nostalgia è una bellissima emozione complessa. Tira fuori i ricordi. Venati di gioia e dolore. Rage and love. Story of my life (citazione per pochi amanti). Siamo nostalgici quando abbiamo tempo di aprire il freezer, guardare la nostra memoria antica e provare gioia nel riviverla. Eppure nella storia, la nostalgia era anche una roba bruttina, una specie di malattia contagiosa e invasiva che teneva la mente imprigionata in qualcosa che è stato e che non è. Ma possiamo essere nostalgici. Senza essere malati. Possiamo perché se Madre Natura ci ha dato in dotazione qualcosa di così meraviglioso, legato ai ricordi, è perché serve.

Il fastidio ha a che fare con la rabbia. Con il dolore. Si sente poco, perché è congelato. Perché lo so che devo tirare fuori quella scatola, buttarla o farne altro. Allora fingo di non vederla. Mentre cerco altro. Ma anche il fastidio parla. Ogni emozione parla. Ogni sensazione ci dice qualcosa che possiamo scegliere di ignorare o affrontare.

Arrivare al 31 dicembre vuol dire aver fatto un altro bellissimo viaggio. Cambiare numero e ricordarci che sotto, in quel freezer, ci sono cose da buttare, cose da tenere, cose da trasformare.

Perché può sempre saltare la corrente. E non possiamo controllare tutto.

Fuor di metafora, al freddo delle nostre memorie, affronta quello che puoi affrontare. Lascia andare quello che non serve. Tieni e trasforma quello che di buono hai fatto. Usa nostalgia e dolore.

Buona fine e buon inizio.

Che poi è solo un punto in bilico in un conto alla rovescia

Liberamente ispirata a tante narrazioni del mio 2024.

Senza categoria

con canditi o senza

A Natale puoi. A Natale sei autorizzato ad esser buono. A salutare gli sconosciuti. A sorridere. A Natale puoi.

Ma a me piace la tristezza del Natale. Quella nascosta tra le pieghe della barba di Babbo Natale. Quella che ti porta all’inflessione su te stesso. Il rallentare. Dell’inverno della neve del freddo e dei sospiri ghiacciati.

Del Natale mi piace la riga che inevitabilmente iniziamo a tirare. E non sarà oggi che parlerò di circuiti cerebrali ma di libero flusso del pensiero. Sei stato buono? Avrai il tuo regalo per la tua bontà?

Il Natale ha a che fare con felicità e amore. E di contro con tristezza e senso di non sicurezza. Hai costruito abbastanza? Stai lavorando sulla tua personale rete di persone? Quella che ti salva la vita quando cadi e quella su cui saltare come se fossi su un tappeto elastico quando stai bene. Hai capito quali sono i tuoi bisogni? Sai cosa ti è mancato? Non chi. Cosa. Perché “chi” non deve essere condizione necessaria e sufficiente per poter sopravvivere e vivere e sentire. Sei tu il tuo unico enorme “chi” che può essere condizione necessaria e sufficiente.

Il Natale ha a che fare con noi. Con chi siamo chi vogliamo essere e del delta. Non del Po. Dello scarto tra chi siamo e chi vorremo essere. E la vita non è un eterno gioco dell’oca. Non si torna al via. Ma si può sempre ripartire. Dalla casella IO. E guidare gioco e dadi verso chi vogliamo essere. Verso il Natale perfetto. Che sarà fatto di posti vuoti.

Facciamo anche quello. Piangiamo per chi non c’è più. Io compravo cibo. Perché i regali sono belinate. Il salame si taglia. E si condivide e mi manca non farlo più. Ma lo comprerò lo stesso. Lo metterò in tavola e penserò a quelli che non ci sono più. A quelli che non vogliono esserci stati. Sorridendo a chi c’è.

La malinconia del Natale.

La gioia del Natale.

La rabbia del regalo non trovato. O non ricevuto.

Il vuoto.

I sorrisi.

La scusa per abbracciarsi.

Gli auguri vuoti e quelli pieni.

Il tempo che si ferma per capire

Chi siamo. Cosa vogliamo.

Auguri ❤️

#pensieriallacaffeina

Cosa hai fatto quest’estate? Ho fatto sopravvivere il basilico

Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla. Ennio Flaiano

Le stagioni influenzano l’umore. Non in modo uguale per tutti. Non in modo patologico per tutti. C’è chi abbassa notevolmente le sue capacità in estate, chi in inverno, in un’altalena del genere umano che diventa quell’onda violenta dell’Acquafan dove pelle e sudore vengono spinti inermi in una gigantesca massa trasparente.

Ma se possiamo non performare durante l’inverno, tra sci e mare proibito, dobbiamo in estate. Dobbiamo dire in pubblico quante città abbiamo visto. Quanto cibo abbiamo assaggiato. Quanto abbiamo sudato per parcheggiare o parlare in una lingua ignota. Pressione sociale. Pressione social.

Dobbiamo essere abbronzati. Dobbiamo essere magri. Dobbiamo essere belli e dobbiamo girare il mondo.

Io salvo il basilico. Facile farlo quando fuori il sole non corrode l’asfalto. Quando l’afa non invade le vie respiratorie e non brucia i polmoni. Ma è quando il gioco si fa duro che il basilico può morire.

Ed è facile prenotare un biglietto aereo e scappare altrove, ma salvare il basilico no. Subito appare bello e felice nel suo vaso. Ma dopo poco, smette di esser bello. Diventa impegnativo. Devi dosare acqua luce gas libri auto viaggi e fogli di giornale. E salvare il basilico è quel che serve dell’estate.

Fuori da ogni metafora. Lontano dal pesto fatto senza nocciole e altre schifezze, le vacanze, il tempo vuoto, è il tempo per prendersi cura di se. Di quel basilico fragile e delicato. Per capire dove e cosa si vuole essere. E anche dove si vive e non solo si sopravvive, in attesa di un po’ di acqua o di un paio di nuvole passeggere.

Le ferie, le vacanze, l’origine perfetta del significato e la perdita completa e svuotante fatta di foto e di ora tocca a te su Instagram. Riprendiamoci il tempo. Quello della cura. Della pazienza. Della clinica su se stessi.

Dove sei andato quest’estate? In un viaggio dentro di me. Portando a spasso il corpo intriso di mente in luoghi meravigliosi. Siano essi stati la camera da letto, il divano, la punta più estrema di un mondo rotondo.

Vacanza. Essere liberi.

Riprendiamoci il senso della vacanza. Salviamo il basilico.

Ovunque tu abbia passato le tue vacanze, fosse anche in ufficio a pregare per un pinguino più potente, qualcosa è accaduto. Qualcosa è cambiato.

#pensieriallacaffeina

Milgram, illuminaci. Dicci, perché siamo stati crudeli con Imane?

Forse siamo delle marionette – delle marionette controllate dai vincoli della società

Nasco outsider. Esco con gli stivali anche in estate. Mi tingevo di nero quando tutte erano bionde. Non so cosa sia la moda. Faccio una ricerca su pubmed prima di dire la mia. Non ho mai amato omogeneizzarmi. Come il latte, che subisce quel processo per non lasciare l’alone sulla bottiglia. Puro valore estetico. Amo la sostanza.

Quindi quando mi sono trovata a studiare la psicologia delle masse, i processi dei gruppi, ho faticato. Tanto. E la ricerca mi ha aiutato tantissimo.

Milgram.

Genio. Studia un esperimento pazzesco, per capire come ci comportiamo di fronte agli ordini delle autorità. Quelle percepite come tali. Oh erano gli anni 60. Datemi tempo, ci arrivo.

L’esperimento è semplice e doloroso. Il soggetto sperimentale, ignaro del fatto che dall’altra parte ci sia un attore, infligge scosse elettriche di portata sempre maggiore su ordine di un comandante.

Cazzo e gliele da. Non si ferma. Anche quando l’altro sta visibilmente soffrendo (finge, ma finge bene).

Milgram spiega tantissime cose con questo esperimento. Del resto la guerra è ancora qualcosa su cui ci si interroga. Quanto dolore dato? Quante morti? L’esperimento nasce per spiegare il genocidio. O meglio, perché in tanti abbiano seguito ed eseguito ordini senza che la loro etica, la loro morale, sia intervenuta a dire che no, che insomma, ma ci siamo?

Milgram mi è venuto in mente oggi. É l’autorità è Internet. Internet comanda. E il popolo risponde.

E così milioni di persone hanno massacrato una ragazza di 25 anni. La cui unica colpa par esser quella di gareggiare alle Olimpiadi. È un uomo. È in transizione. È sotto testosterone. È una scia chimica.

Milioni di commenti. Contro un essere umano. E nessuna scusa. Perché padre Internet è il responsabile. La colpa è la sua. Già perché se non mi sento responsabile, se decide qualcuno (o qualcosa) io eseguo. E la colpa non è mia. La mia morale è a prendere il sole e non si interroga se quello che sto scrivendo (e le parole feriscono più di una lama) può far male.

Eseguo.

Ti chiedo scusa io Imane. A nome di tutti. Sperando che tu (ma diciamocelo, anche la Carini che si è trovata in un tunnel di pressioni devastanti) possa andare avanti a testa altissima.

benessere

Le vocine che ti cambiano la testa. Inside out 2

Ciò che neghi, ti sottomette. Ciò che accetti, ti trasforma CG Jung

Ho pianto quando le luci erano ancora accese. Tardavano a spegnerle. Qualcuno è corso fuori a dire che cazzo. Spegnete sta roba.

Meno male. Perché quando piango, piango e basta.

In attesa di Ansia. Perché tutti abbiamo l’ansia. Si. Tutti proviamo stress. Disgusto, rabbia, gioia. Ma Ansia fa più paura. Perché è forma subdola e sottile. Perché devia, travia, fa sudare. Fa finire davvero in quel vortice di pensieri immagini parole libri auto viaggi fogli di giornale. E sarebbe bellissimo che tutto accadesse in modo semplice con un abbraccio facile per fermare il frullatore.

Non sempre. Ma a volte accade.

Ma ho pianto per altro.

Per la potenza semplice di quattro immagini che spiegano il senso del sè.

Sta lì la potenza di come un ricordo di un vissuto forma il chi siamo. Ci ho messo anni a capire e dare forma con immagini alle parole lette, studiate e sudate sui libri. Ed è un albero anche nella mia mente. È sempre stato un albero. Però che cazzo Disney. In 4 minuti hai fatto quello che la mia testa ha fatto e continua a fare da tempo immemore.

Ti ringrazio per le lacrime.

Così nasciamo noi. Parole e momenti che diventano ricordi che si trasformano in radici alla base del nostro io. Che formano rami forti e deboli. Mappe mentali di quello che siamo che ci guidano nel mondo fortificando e a volte strappando quel senso del sé che ondeggia di continuo.

Grazie Disney. E Pixar. Grazie per la potenza delle vostre immagini. Grazie perché non ci sono altri commenti da fare. Da vedere. Piangere. Ridere. Capire.