#pensieriallacaffeina, Difficoltà psichiche

Il covid non mi toglierà Parigi

Anche se il timore avrà sempre più argomenti, scegli la speranza – Lucio Anneo Seneca

Il computer è collegato al cavo della corrente da questa mattina alle 5. Ho fatto il giro a cercare per casa i tablet, le cuffie, mettere in carica la scuola per domani. E’ una pandemia, come si fa ad essere sereni in una pandemia? Ricordo che a casa mia, figlia di un falegname, restavano sempre cose da aggiustare, perché non c’è tempo per far i lavori a casa propria, quando passi la giornata ad aggiustare i pezzi degli altri. Ed è così che mi chiedo in che punto mi sono crepata. Un po’ ovunque temo. Manca quella spinta vitale che mi permetteva di organizzare una vacanza, ma anche solo una pizza nel week-end. Manca l’energia per pensare come sia fatto il mondo oltre i 30km da casa. Mi sono anche chiesta se la Tour Eiffel stia ancora al suo posto, se alla sera si accendono le luci e chissà se si sente ancora il vento addosso da Trocadero, e le dita si fermano sulla tastiera, le rughe compaiono sul volto, e lo sento. Sento il vento freddo e gelido di febbraio, che mi fa pungere le orecchie ma la meraviglia di quella costruzione che improbabile ha resistito alle esposizioni e sta li, ad aspettare che io torni ad ammirarla di nuovo, rende magico tutto.

Sono troppo dentro la pandemia per restarne emotivamente spostata, la sto vivendo, la sto sentendo, oscillo tra la pena per i morti e quella per i vivi, così oggi non parlerò di articoli, di scienza, di danni da restrizioni e di futuri incerti.

Parlerò di una lunga giornata. Iniziata con più cavi che fili che devo snodare quando addobbo un albero di Natale, iniziata con un trucco bello, un abito felice, e piombata in due classi a distanza che mi fanno risuonare in testa quanto non debba cedere al multitasking che fa male, che stanca, che non permette di fare tutte le cose al cento per cento. Come meritano. Ma il caos ha preso il sopravvento nel modo migliore. Perché io amo il caos. Diventa una musica in 8D che ti fa viaggiare da un emisfero all’altro del tuo cervello (perché non hai una motivazione valida per andare lontano), e ho sorriso. E ho guardato le mie bambine, stanche ma forti, capaci di trovare le più piacevoli soluzioni ai più grandi disagi. Si, il lavoro smart stanca. Non è smart. E’ capovolto. E non diventerà abitudine. Non per me. La scuola a distanza, non è scuola e sono arrabbiata, si tanto, perché le soluzioni dovevano essere altre, ma. I ma appesi. Quelli stesi. Come i panni che stasera ho tolto dalla lavatrice e in mezzo a tante maglie ha fatto capolino quella dell’atletica che mia figlia non potrà fare per chissà quanto e si aprono cassetti e cassettoni sulle ricerche sull’aumento dell’obesità, sulla mancanza di stimoli sociali in un periodo così delicato dello sviluppo e non voglio lasciarmi sopraffare. Devo galleggiare. Non cerco il lato positivo, le situazioni non sono medaglie. Non c’è il bianco o il nero. C’è il rosso. C’è la rabbia. Allora la spingo via, guardo il pc. Penso che sia stata una giornata davvero lunga. Ho fatto così tante cose che nemmeno le ricordo più. Credo che aggiungerò al cv che sono una mamma eroe. Di quelle che ha cavalcato la pandemia, le scelte giuste, quelle sbagliate. Di quelle che meritano un abito alla wonder woman. Eh si. Questa sera mi permetto anche di pensare che avere un corpo calloso così grande mi permette (ci permette, noi, donne) di tenere incollate così tante parti mentre lavoriamo, ritorniamo a scuola, cuciniamo, laviamo renda più facile per noi (donne)arrivare alla sera e sorridere.

Non ce la farò mai, e invece ce la stai facendo. Ancora 5 minuti, ancora 5. Non cerco il lato positivo, è una situazione rotonda. Ma cerco i momenti in cui oggi ho sorriso. E sono stati così tanti che pagano tutte le fatiche a sbrogliare i fili.

Non me ne volete. Ma oggi avevo bisogno di aggiustare qualcosa anche io.

Manuella

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